15 - Dieci anni intorno al sole

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"Strano bene il passato: non è più nostro, ma ci appartiene." R. Gervaso

AXEL

Mi sento un totale coglione.

Sono in una riunione di lavoro con gli azionisti più importanti della Silicon Valley e l'unica cosa che riesco a fare è controllare incessantemente il cellulare sperando di veder comparire il suo nome.

Che patetico sono diventato.

Continuo a pensare alle sue parole, il tono duro, lo sguardo di una che ha sofferto la fame e non sopporta gli sprechi della vita.

Ma non sa...

Non sa una parte della storia, anzi quasi tutta la storia.

Per tantissimo tempo io e la mia famiglia abbiano nascosto un segreto e ho promesso a mio padre che avrei continuato a farlo per il mio bene e quello dell'azienda.

«Attorno a noi si aggirano degli avvoltoi, figlio mio» mi disse a soli dieci anni. All'epoca non eravamo così ricchi, l'azienda era nata da poco e stava riscuotendo un certo successo, attirava l'attenzione degli imprenditori che avevano fiutato un vero affare tecnologico.

«Che intendi, Gus?» risposi.

Lo chiamavo papà solo in pubblico, mai in privato e ci sono voluti anni prima che mi aprissi del tutto e gli mostrassi tutto il mio amore.

Sono stato adottato a dieci anni e vivevo, per modo di dire, in Kansas.

E forse l'ossessione di essere perfetto, di essere in debito con i miei genitori e con la vita, mi perseguita proprio dal giorno in cui, i servizi sociali, mi trovarono in quel putrido appartamento. Mia madre mi aveva sputato fuori dal suo grembo e subito dopo era morta, forse per non fare i conti con la realtà in cui viveva. Tossica fino al midollo o almeno è questo che mi aveva sempre raccontato il mio padre biologico, che era pure peggio di lei.

"Quella puttanella di tua madre mi ha lasciato un bel guaio da crescere" diceva spesso e io mi sentivo inutile, anche se lui non ci metteva poi così tanto impegno nel suo arduo compito di crescermi. Era morta di parto e io ero nato con la FASD, la sindrome feto-alcolica, perché ovviamente la mia brava mammina pensò bene di divertirsi anche mentre era incinta. D'altronde ero un danno collaterale, un errore di una notte e lui me lo ricordava ogni volta che gli era possibile.

Se quello che ricordo fa schifo, non immagino nemmeno come siano le cose che non posso rimembrare, ma meglio così.

Mi trovarono sottopeso, spelacchiato come un pulcino, le ginocchia piene di lividi scuri che mi ero fatto per nascondermi sotto al letto, ormai troppo basso per un ragazzino di quell'età. E quei lividi me li procuravo così spesso, che la mia pelle non aveva il tempo di guarire, come la mia mente.

Tutto accadeva con cadenza così regolare da sembrare organizzato, ma in realtà lui si imbottiva tanto da perdere la cognizione del tempo. E ogni volta che si impasticcava o scolava litri di birra, finivo sotto al letto, tra le mattonelle e la rete rotta del materasso, che mi tagliava dei lembi di pelle.

"Esci fuori, non ti faccio nulla" urlava e all'inizio ci avevo creduto. La prima volta sbucai fuori dal mio nascondiglio e presi così tante botte da svenire. Mi ero svegliato dopo un'ora con un occhio gonfio, il labbro spaccato e la mia piccola dignità di bambino, distrutta.

"Questo ti renderà più forte, non vuoi mica essere una femminuccia che piange per quattro schiaffi" Avevo annuito promettendo a me stesso di non uscire mai più da lì sotto. Di non fidarmi mai più di lui o di nessun altro. Lui sbraitava, si arrabbiava ancora di più, perché era così strafatto da non riuscire ad acchiapparmi e più urlava, più mi incastravo verso il muro, così che non potesse arrivarci.

Before your touch - Tocco mortaleLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora