Capitolo 35

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Il Capitano Carmelo Lopresti sembrava avere un diavolo per capello. Il suo fare bonario, a tratti incurante dei doveri, non sembrava più appartenergli.

"Come sarebbe a dire?"

"Intendo dire che il caso passa sotto la diretta responsabilità della Questura, in particolare del Commissario Capo Lavinia Scala", la voce del Procuratore Capo era calma ma ferma, quanto bastava per non dar spazio a repliche.

Il Capitano sapeva benissimo che il coordinamento delle indagini era in mano alla Procura che poteva dare le direttive che riteneva più opportune, pur senza un controllo diretto.

Imbecille, non hai fatto un cazzo fino a ora e adesso fai il prezioso? Il pensiero del Procuratore sembrava trasudare dalla linea telefonica.

"Dovrò allora riferire ai miei superiori che il caso..."

"Non si scomodi, Capitano, i suoi superiori sono al corrente di tutto."

Un attimo di silenzio parve buttare altra benzina tra le fiamme.

"Certo, dottore, da domani i miei uomini non si occuperanno più del caso."

"Non ho detto questo, ho detto che il caso è in mano alla Polizia, voi potrete e dovrete dare tutto il supporto necessario... e non da domani, da subito. È Chiaro?"

"Chiaro, signor Procuratore."

Al termine della telefonata l'ira del Capitano si era ormai trasformata in sconforto totale.

"Cosa c'è, tesoruccio?"

L'uomo guardò la donna sdraiata vicina a lui, "Nulla, solo un leggero cambio di priorità nelle indagini."

La giornalista Vanessa Costa mise i piedi fuori dal letto e si alzò. Era nuda.

Ogni qualvolta l'uomo incrociava un suo sguardo o anche solo una sua curva, trepidava come una foglia al vento.

Lei gli si avvicinò e gli cinse le braccia al collo, "Non preoccuparti, a me basta solo che mi dai qualche notizia fresca... solo poco prima che lo sappiano gli altri."

Lui deglutì ostentando un mezzo sorriso, "Su questo non ci sono mai stati dubbi, mia cara."

"Bene", rispose lei mentre le sue mani gli massaggiavano il collo, "... allora che ne dici di riprendere quel discorsetto di poco fa?"

Il mezzo sorriso da ebete di lui divenne un grosso sorriso da ebete.

-

Quando Ann uscì dallo stanzino dove era stata rinchiusa per giorni pensò solo a una cosa: lì non sarebbe mai tornata.

Oltre a quello, non le fu chiaro quali fossero gli altri pensieri che gli vorticavano in testa.

Libertà, fuggire, nascondersi, terrore.

La sua mente non riusciva a dare una chiara priorità a quelle sensazioni, era il suo corpo che cercava di gestirle e il suo corpo non aveva avuto dubbi: ora doveva solo fuggire, nient'altro.

La sua era diventata una fuga precipitosa, dove la paura e la mancanza di respiro e di forze erano i suoi principali nemici. Dopo c'era il suo aguzzino.

Il pensare non a lui, ma a quanto potesse reggere il suo fisico in quella corsa sfrenata, era la cosa più giusta e l'istinto, quando vuol farti sopravvivere, sceglie quasi sempre la cosa più giusta da fare.

Si trovò in un piccolo atrio, oltre il quale vide una ripida scala.

Saliva i gradini a due a due, ma quei gesti sembravano non avere fine.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Mar 20 ⏰

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