Testardaggine

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La pioggia non gli diede tregua, come se avesse deciso di inseguirlo ostinata, fin sotto la pelle.
Michael varcò l’ingresso del palazzo Jarjayes senza rivolgere nemmeno uno sguardo al portone che si richiuse alle sue spalle con un cigolio, quasi un lamento. I capelli fradici si incollarono alle guance pallide, mentre la giacca di jeans zuppa d’acqua stillò ad ogni passo tracciando un percorso lucido di piccole pozze sul pavimento.
Dopo che si fu ripreso e lasciato la sorella nel suo silenzio di penitenza uscì in giardino con un solo pensiero per la testa: scrollarsi di dosso tutta quella frustrazione.
Decise quindi di far una passeggiata quando ancora si sentisse solo il sentore di un imminente acquazzone, poi appena il tempo di mettere piede nella campagne circostanti del palazzo e la pioggia lo prese in pieno, ma a lui poco importò.
Un fruscio discreto di passi lo fece voltare appena. Dal corridoio principale stringendo un fazzoletto tra le mani, gli venne incontro una figura familiare. La nonna di Andrè, quella che come temette il ragazzo lo avrebbe di li a poco sgridato.
La osservo, il tempo e i secoli le avessero piegato le spalle, ma non gli occhi, ancora pieni di una quella dolcezza premurosa a cui Michael non fosse più abituato a ricevere da molti anni.

"Michael..." Mormorò l’anziana, quasi senza sorpresa, mentre si affrettasse ad andargli incontro. "Oh, bambino mio, hai preso tutta l’acqua della Senna!"

"Non è niente…" Rispose Michael con voce roca, piegata dal troppo silenzio.

La nonna lo osservò con discrezione, indugiando un momento sul volto stanco, sulle labbra serrate in una linea tesa.

"Sei proprio come quello sciaguraro di mio nipote." Sentenziò con una nota di orgoglio.

Michael capì subito a quale sciagurato nipote la nonna si stesse riferendo e avrebbe voluto sorridere a quel rimprovero, lo percepì come un complimento, ma non lo fece, tacque. Comprendendo che la propria voglia di vivere fosse rimasta a quella discussione avvenuta con Brenda.
Marie, non disse nulla, non fece altro commento su quanto lo trovasse stanco, o triste, si limitò a liberarlo della giacca con mani esperte e a scuotendola con cura sul pavimento, mentre osservasse il nipote schioccare le dita e tornare asciutto.
In quel piccolo frangente notò quanto la somiglianza fosse tanta, e le parve di star vivendo una scena già vissuta con alcune differenze: l'abbigliamento e il colore degli occhi.
Sorrise internamente e poi tornò seria.

"Michael, il signor Augustin ti attende nel suo studio." Disse infine la donna sottovoce, con una nota incerta nello sguardo.

Michael si voltò a guardarla. "Il padre di Oscar? A quest’ora?"

Per un istante, l’aria della casa gli sembrò ancora più fredda della pioggia e Michael avrebbe volentieri preferito essa che quella convocazione.
Da bambino aveva imparato a decifrare i silenzi degli adulti più delle loro parole e ora riconobbe bene il timore rispettoso della nonna, quel sottile timbro che indicasse un clima carico di presagi.

Scosse appena il capo lasciando scivolare una mano tra i capelli. "Va bene." Disse infine con un tono neutro, fece per voltarsi in direzione le scale, poi si fermò. "Mia sorella è uscita dalla nostra camera?"

"No, ragazzo."

Senza aggiungere altro Michael salì le scale con passo misurato.
Il corridoio al piano superiore immerso in un silenzio ovattato appena increspato dal tamburellare sommesso della pioggia contro le imposte chiuse gli mise un po' di agitazione.
Attraversò il corridoio immerso nella penombra. L’abitazione parve avvolta da un velo irreale, come sospesa tra sogno e veglia. Un lampo balenò oltre i vetri, subito seguito da un cupo brontolio che vibrò nell’aria.
Notò la porta dello studio socchiusa, quel tanto che bastasse per non sembrare un invito.
Si fermò un istante.
Inspirò profondamente, poi bussò due volte con le nocche.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Aug 09 ⏰

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