Raisa
Ancora un'altra volta riprende il lento incalzare dei giorni che rincorrono le notti,
attimi di secondi che sembrano eternità.
Laconiche agonie piene di oscuri presagi di un domani nero.
Più nero dei buio stesso.
Urla, schiamazzi e rombi di motori che premono per essere sciolti come animali selvaggi. Il Groupie di giorno è un semplice piazzale addebito a parcheggio, di notte si trasforma in un percorso ad ostacoli, ricco di macchine in sosta e persone sparse da ogni lato del campo. Un solo passo falso e potresti essere stralciato dalle auto in corsa, un solo passo e potresti essere spinto dove l'accesso non è consentito. Controllo il riflesso attraverso lo specchietto retrovisore e ripasso per la quattordicesima volta il rossetto rosso fuoco sulle labbra, scuoto il capo per acconciarmi i capelli e ripasso alcune ciocche con le dita. Respiro a fondo, prima di ascendere dell'auto, e trasmetto la posizione in tempo reale alla mia migliore amica, in modo che possa avere la situazione sotto controllo anche dall'altro lato della cittadina.
«Ecco la nostra babe!! Dove ti eri cacciata?» strepita David, sganciando le cuffie. Cerco di farmi spazio fra la folla, scalcio e annaspo. Accetto con veemenza il suo aiuto, ed afferro la sua mano, calpestando una serie di scarponi e ottenendo una serie di blasfemi da parte degli uomini in fila.
«Scusami» dico a pochi centimetri dell'orecchio di David, «c'era un bel po' di traffico» continuo. L'odore mascolino del moro inonda le narici, procurandomi una fitta al centro dello sterno.
«Hai cambiato flagranza?» gli chiedo, mentre armeggia con la console.
«No, indosso sempre lo stesso profumo da anni. Lo sai, non cambio mai quando sono in fissa con qualcosa...» mi osserva senza imbarazzo, « o con qualcuno» strizza l'occhio prima di afferrarmi l'avambraccio.
«Ci sono alcune persone che voglio farti conoscere, tipi grossi che gareggeranno stasera» grida e ci dirigiamo verso un gruppo di ragazzi. Stringo il suo polso come se ne valesse della mia vita, l'odore è così forte da nausearmi.
«Ragazzi!» richiama, «Grazie per essere venuti!» conferisce pacche amichevoli, mentre io non smetto di sentirmi un pesce privo d'acqua. «Vi presento Aisa, la mia raga-» stoppo qualsiasi fraintendimento, prima che possa essere rivelato ad alta voce e lo ammonisco, fulminandolo. «Una sua amica. È un piacere conoscervi, ho sentito tanto parlare di voi» bugia. Enorme cazzata. Li osservo compiacersi sul posto, si spalleggiano e borbottano qualcosa riguardo l'entusiasmo di Taylor e il due di picche che ha ricevuto in questo preciso istante. Il moro fa qualche passo indietro e scuote la testa, «È una ragazzina difficile, non si lascia domare facilmente» alza le mani in segno di resa, mentre gli altri barcollano per le risa. Poi fa qualcosa che non riesco a prevedere, s'avvicina al biondo.
E il mio cervello va definitivamente in tilt.
Incrocio il suo sguardo, non credo averlo mai visto prima d'ora. Mi ricorderei sicuramente di un viso particolare come il suo. Gli occhi spigolosi e la pelle diafana confermano le origini asiatiche ed è come un pugno in pieno viso, visto il contrasto con le persone del cerchio ristretto. I capelli tinti di bianco sono portati corti sul capo ed è completamente ricoperto d'oro, dalla testa ai piedi. Ghigna, mostrando il bite di diamanti su entrambi i canini. Dev'essere un pazzo. Non ha il timore di essere derubato? I presenti lo guardano con ammirazione, compiono cenni con il capo ma non s' avvicinano per salutarlo. E c'è qualcosa di tremendamente familiare in lui. Le braccia conserte in un pugno sono puntate sull'addome, mastica una caramellina gonfiando entrambe le guance e annuisce quando è il momento di parlare.
Muschio bianco.
Muschio bianco, ovunque.
Non era David.
É lui, lo sento fin qui.
E' forte e mi manda in crisi.
«Akiro, ti presento Raisa», «Raisa, amica mia, ti presento Akiro Anderson» calca sull'espressione, ma sono ferma al cognome del ragazzo che echeggia nella mia testa come musica tecno sparata a raffica. Aggrotto le sopracciglia, cerco una somiglianza che possa ricollegarlo, ma nessuna si palesa finché non stringe, di nuovo, il palmo della mano che ho, involontariamente, teso. Piccoli brividi costellano le gambe nude, costringendomi a serrarle per ricavare calore dall'attrito.
Dov'è? Tu sai dove si trova?
Lui sembra non capire il cipiglio, scuote il capo e sorseggia il cocktail rifugiando lo sguardo altrove. Perché indossi il suo profumo? Chi diavolo sei? Chi ti ha dato il permesso di piombare qui indossando la sua flagranza preferita?
Un moto di rabbia mi costringe a voltargli le spalle, in modo da essere alla completa mercé dei suoi compagni, che cercano in tutti i modi di intraprendere una conversazione con la sottoscritta.
«Cosa ti porta qui?» chiede uno di loro, e sono costretta ad alzare la testa per guardarlo. E' alto, qualche spanna piú di Dave. Incredibilmente robusto, quasi opprimente. Il viso cosparso di lentiggini, il naso dritto e le labbra sottili. La camicia arrotolata sugli avambracci lascia intravedere i disegni che lo ricoprono, i pantaloni slavati gli stanno stretti in piú punti facendolo sembrare ancora piú pericoloso dei quanto giá sembri.
«Amo il modo in cui ciò che fate non vi spaventa, mi rilassa vedervi gareggiare come se non esistesse la morte» ride alla mia risposta fin troppo sincera. Il modo in cui osserva la scollatura dei miei seni mi fa sentire a disagio, tremendamente fuori luogo. Ma non smetto di filtrare, mi arrotolo una ciocca fra le dita e mordo il labbro inferiore. Perché? Perché sono una stupida. Una stupida convinta che il biondo possa avere qualche specie di relazione con lui. Guardami Akiro, riferisci che posso esistere anche senza Hendrick Anderson. Vorrei gridare a pieni polmoni che non m'interessa, non m'importa se indossa il suo profumo. Non mi suscita alcuna emozione. Non esiste piú per me.
Bugiarda.
«Brava. Sono contento che ti diverti e che ti rilassa. Anche se io avrei in mente un altro metodo per renderti ancora più rilassata» risponde. Vacillo, sentendomi accerchiata dal dragone impresso sulle nocche. Mi gira intorno come se volesse addentarmi.
«Magari, dopo la gara, possiamo provare» ammicca, sorrido in difficoltà. Akiro interagisce con il cellulare e non presta attenzione. Valuto l'opzione di richiamare Dave, ma sembra essersi dissolto nel nulla come una nuvola di fumo.
«Un solo cenno e sono tutto tuo, mi piacerebbe scoprire come ti piace» il mio interlocutore s'avvicina, premendomi con la sua stazza.
«Sei più una tipa da sopra o da sotto?» la voce cavernosa e profonda s'infrange contro il mio viso. L'alito puzza di alcool e non emette nessun buon odore, se non sudore e grasso di motore. Bleach.
«Romy andiamo dai! Pensa solamente a vincere, non alla figa. Quella riservala per il dopo-party» è la voce dell'omone dinanzi a lui a depistarlo, Taylor sbuca dalle vetrate e comunica attraverso il microfono che la gara sta per iniziare.
Dio, ti ringrazio.
Torno indietro, accalappiandomi il posto in prima fila accanto al moro, che è troppo incentrato sui suoni e sul microfono per accorgersi di ciò che è appena successo. Avrebbe sicuramente dato di matto.
Akiro si avvicina all'auto, fa un cenno verso di noi e occupa il posto del guidatore. Stessa cosa compie Romy- penso che questo sia il suo nome- e strizza l'occhio, il promoter solleva il medio e cinge i miei fianchi con forza. Come avevo previsto, roba da uomini.
«Cosa ti ha detto? Voleva che gli facessi da Groupie?» chiede, sussurrandomi all'orecchio.
Nego, sorseggiando un bicchiere di gin. «Voleva portarmi a letto» sollevo le spalle al suo sguardo dubbiosoe sfuggo alla presa con l'intento di ascendere sul ciglio per ammirare meglio la gara. Il posto perfetto per compiere ciò che sto pensando.
1...
2...
3...
Il conto alla rovescia inizia, mentre i partecipanti fanno riscaldare i loro motori. Alcuni si lanciano frecciatine attraverso i vetri oscurati, altri potenziano l'estetica attivando le modifiche che hanno compiuto. Akiro, invece, sembra completamente calmo. Non bluffa, non sgasa. Nessuna ragazza al suo fianco. Ghigna a qualche parolaccia e posiziona le mani sul volante. Il silenzio piomba forzato dallo speaker, ottocentomila persone sono in totale silenzio. Nessuno emette fiato, tutti sono chinati sulle loro scommesse e pregano che il loro pupillo vinca, in modo da racimolare facile denaro.
Lo sparo, segna l'ascesa.
Il vento mi colpisce in pieno voltol i capelli svolazzano all'indietro. L'adrenalina del momento lascia andare via tutte le preoccupazioni. Per alcuni istanti smetto di pensare a Miles, a mia madre, a Clay e a Damen. Ci sono solo io e le auto che sfrecciano alla velocità della luce.
Mi sento pronta a spiccare il volo, potrei superare la linea e porre fine alla mia vita. Non avrei più alcun pensiero. Non ci sarebbe più nessuno a dirmi cosa fare, non ci sarebbe più nessun confine fra finzione e realtà. Sollevo il corpo dal ciglio, l'ultima curva è quella definitiva. Fallo adesso, è il momento. La riga gialla non mi è mai sembrata così spessa come questa sera, alcuni dietro di me mi sfiorano la gonna, ma non me ne curo.
Ho bisogno di vuoto per un po' di pace, solo un po' di vuoto. E mi isolo dove non c'è più nessuno a trattenermi. Manca meno di un secondo e tutto smetterà di esistere.
«Ma che fa?? È pazza!» li sento gridare alle mie spalle.
«Fermatela! Prima che si faccia male!» la macchina gialla di Akiro mi scansa, suonando il clacson più volte. La curva di persone indietreggia in base alla traiettoria, qualcuno cerca di spingermi verso l'interno. Ma io non mi muovo, resto ferma. In attesa che qualcuno mi spinga per sconfinare, ed è così che mi sento. Sempre in attesa, in bilico. In attesa che qualcuno mi sorregga per non crollare.
Romy è la mia ultima possibilità, prego che prenda male la curva. Prego che possa venirmi contro, uccidendomi. Che lo faccia o meno, non ha importanza. Nulla ha più importanza. E lo vedo da lontano, le ruote strigliano sull'asfalto in cerca di adesione. Non ha il controllo del volante.
Fallo.
Adesso.
Chiudo gli occhi, mentre la calca indietreggia. Il freddo mi puntella le gote e mi infondo calore con le braccia. Fra qualche secondo non ne avrò più bisogno. Chiameranno mia madre? Chiameranno Lilian e Brianna? Qualcuno dirà a Killian che sua zia si è tolta la vita fra miliardi di persone? Qualcuno farà sapere ad Hendrick che non esisto piú? E sembra di sentire la sua voce. Lo sento gridare, spalanco gli occhi.
«Raisa! Spostati da lì!» sembra quasi reale.
Ed è bellissimo come sempre. Sorrido amaramente. La mente gioca brutti scherzi quando stai per morire.
Non è così?
«Raisa!» strilla. La massa di persone mi spinge, il panico s'impossessa di me. Perdo l'equilibrio e sono pronta a cadere. É quello che desidero?
Non è ciò che ho agonizzato in questi mesi?
Io desidero....desidero...cosa desidero?
Attendo, con paura, che ogni parte del corpo mi faccia male.
Aspetto che qualcuno si accorga di ciò che sta accadendo a pochi passi da loro.
Ciao mamma. Un giorno ti rivedrò. Lo prometto.
E poi tutto smette di funzionare, sento cingermi la vita e le spalle in una presa ferrea.
«Presa! Ti ho presa!» esclama. Il mio salvatore respira pesantemente contro il mio collo, farfugliando parole a caso. Ci stiamo abbracciando, potrebbe sembrare una scena da film, ma percepisco la tensione e l'ansia fin dentro le ossa. Tremo, le gambe sono molli come gelatina e ho i capelli a comprimi interamente il viso.
«Cosa stavi cercando di fare, volevi ammazzarti?!» con i polpastrelli rimuove le ciocche ribelli. Nessun tatuaggio, nessun cerchietto al naso. Labbra carnose e pelle scura. Capelli corti sul capo e orecchini ai lobi.
«Signorina Raisa, cosa stavi cercando di fare?» richiede, siamo viso contro viso. Ed è così simile a lui, così simile all'amore della mia vita.
«Jeremy» pronunciare il suo nome fa così male.
«Io stavo cerc-» scoppio in un pianto disperato, mentre le persone acclamano il vincitore. Singhiozzo contro un cuore che non sento battere per me, mi accascio sorretta da un uomo che non è il mio.
Stavo davvero per ammazzarmi? Voglio davvero morire in questo modo? Cazzo.
Scuoto il capo come un'ossessa.
«N-on stav-oh cer-canhdo di amma-zzahrhmi» tento di dire fra un singhiozzo e l'altro.
«Non è successo nulla, sei viva. Sei qui, ti tengo stretta» stavo per morire, porca miseria.
Tutto questo è sbagliato, sbagliatissimo...
Non dovrebbe essere Jeremy, non dovrebbe esserci nessuno. Perché mi ha salvata? E sembra leggermi attraverso le iridi. Le parole restano incastrate nella mia testa, senza trovare via per arrivare alla gola. E così, Jeremy torna dinanzi al mio viso e m'osserva nella maniera più dolce che possa esistere: mi bacia. Le labbra toccano la mia fronte in modo delicato. Sono calde e morbide. Mi bacia come farebbe un padre con sua figlia, come farebbe un fratello con sua sorella minore.
«Ricordi la prima volta che ci siamo visti? Eri bellissima, di una bellezza disarmante Raisa. Sprigionavi luce da ogni singolo poro, sembravi così irraggiungibile che non ho avuto il coraggio di parlarti» dice. Nel mio ventre cominciano ad agitarsi farfalle impazzite. Oh, Jeremy...
«Damen è stato subito folgorato da te, non gli importava per quale assurdo scopo la nostra famiglia volesse usarti. Tu gli sei piaciuta dal primo momento, non smetteva un secondo di parlare di te. E qualche volta l'ho visto anche sorridere di nascosto...» una lacrime sfugge al mio controllo, l'asciuga con rapidità restando bloccato contro la guancia.
«Ad un tratto sulle nostre teste ha smesso di piovere, ed è apparso il sole. Sei stata luce per noi, Raisa. Il tunnel con te è sempre sembrato troppo luminoso e brillante per non oltrepassarlo. Smetti di pensare che nessuno ti ami o che ti voglia bene, perché non è così» mi sistema il viso nell'incavo, così che non possa vederlo in pieno viso.
Oh Jay...quanto vorrei tornare indietro per incontrarti prima e per dirti esattamente le stesse cose. Anche se sono sicura ci sia stato qualcuno più bravo di me. Qualcuno che ti abbia comprato abbastanza cioccolatini al pistacchio da farti venire la nausea. Qualcuno che ti abbia cambiato le lenzuola tutti i giorni e che ti abbia lavato abbastanza da farti usare il suo stesso bagnodoccia. Qualcuno che ti abbia tenuto nello stesso modo, un tornado capace di risucchiare tutto ciò che incontra.
Restiamo inermi per minuti che sembrano ore, ci fondiamo in un tutt'uno. Senza emettere fiato. E mi piace il modo in cui la sua mano sfiora la mia schiena con movimenti circolari.
«Jeremy» la voce di Akiro interrompe il momento, costringendo entrambi a staccarci. Mi asciugo le lacrime con il dorso e tiro su col naso. Ma Jay non ha intenzione di lasciarmi andare, intreccia le nostre dita e se le porta in tasca. Come un patto indissolubile, un patto che nessuno potrebbe spezzare.
«Akiro» il tono sprezzante che usa non lascia interpretazioni, si odiano a vicenda.
Formula un cenno di ringraziamento.
«Dì a Damen che ho fatto semplicemente ciò che andava fatto. Per rispetto delle leggi della nostra famiglia, non l'ho fatto per lui e nemmeno per te» nell'udire il suo nome il mio cuore pompa più sangue del dovuto.
«Dirò a Damen che hai semplicemente compiuto un gesto di fratellanza. Non devo per forza dirgli tutto ciò che è accaduto» ricalca sull'ultima frase, assicurandosi che l'interlocutore capisca il senso. Solleva le braccia ossute e porta la sinistra al centro del petto: un giuramento. Che codici ci sono in questa famiglia? Jay fa lo stesso ed annuisce.
«Siamo a posto, possiamo andare» mi poggia la giacca sulle spalle ed aspetta che sia io a parlare per prima.
«Devo recuperare delle cose» la voce fuoriesce debole e stanca. Indico la postazione da cui Dave ci sta osservando, si muove con fare da Dj. Solleva le mani in alto per rianimare la calca, cambia qualche frequenza e gira sui dischi.
«Vado io, aspetta qui» interrompe il contatto, lasciandomi una carezza delicata sui capelli. I calzoni gli pendono larghi sui fianchi, la t-shirt aderisce perfettamente alla sua schiena ampia ed è un capolavoro anche visto da dietro. Lo vedo contrapporsi alla persone per essere in cima, s'avvicina per sussurrargli qualcosa e gli da qualche pacca sulla spalla in segno di finta amicizia. Torna da me, sorridendo come un bambino.
Camminiamo fianco a fianco, finché non ci ritroviamo al park-ing dove ho accostato l'auto.
«Ci salutiamo?» domando. Scosto il giubbotto dalle spalle per restituirlo, ma nega.
«Vorrei tanto salutarti, ma non me lo permetterebbe mai» dice, come se si riferisse a qualcuno. Ma ci siamo solo noi, il piazzale e' deserto.
Resto interdetta, aggrottando le sopracciglia. Cosa vuol dire? Stranita, indietreggio di qualche passo. Non ha cambiato espressione: è lo stesso Jeremy di qualche minuto fa.
«Ho bisogno che disattivi la posizione sul cellulare, nel caso in cui tu l'avessi inoltrata» afferma. E sono ancora più stranita di prima. «Ti prego...» sporge le labbra e si gratta il retro del capo. Non potrebbe farmi del male, mi ha appena salvato. Interrompo la connessione con Lilian e, prima che rimponga il cellulare all'interno della borsa, compie un'ulteriore richiesta.
«Puoi scrivere alle tue amiche che sei semplicemente rimasta dormire da qualche tua amica? O da David?».
«Mi stai spaventando» aggiungo, mentre provvedo a trasmettere il messaggio a Nevaeh della mia assenza nel suo letto.
«Aspetta qui» precisa, mentre corre verso il lato opposto della strada.
Cerco di pazientare, in attesa di ciò che potrebbe succedere. Ma mi fido di Jay. Cerco di tenere sotto controllo la tensione, barcollo sui tacchi a spillo finché la sua auto non rientra nel mio campo visivo.
«Salta su» fischia, «Ho una sorpresa per te» non me lo lascio ripetere due volte.
Cos'altro potrebbe accadere?
Ho tentato di farmi colpire da un'auto in corsa.
STAI LEGGENDO
𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.
Random🔞 Questa storia contiene: violenza, linguaggio scurrile, scene che possono urtare la vostra sensibilità e uso di stupefacenti. E se ci fossero due sentieri da esplorare? Tu, quale sorte tenteresti? Raisa è una ragazza di diciannove anni, uno spic...
