Raisa
«Non vedo nulla» formulo, mentre la benda è così stretta da torturarmi le guance, mi graffia il viso ad ogni piccola espressione. Siamo in viaggio da qualche ora, diretti verso un luogo in cui, stranamente, non ci sono buche. Oppure Jeremy è così bravo da non averne presa nemmeno una. Ma resta una perplessità, vista la pezzetta che ho sugli occhi e che mi ha costretta ad indossare.
«Jay devo andare in bagno, ho bisogno di svuotarmi» dico e non è assolutamente un modo per vedere dove stiamo andando. Lo sento ridere, mentre il nuovo album di Tom Odell riecheggia nell'abitacolo.
«Puoi almeno rispondere?» scalcio contro il sedile e lo sento prendermi in giro ancora più forte. «Sembri tornata ad essere te stessa, Raggio di sole»
Non c'è più nessun sole, sono stata la vostra luce. Ma come ogni fiammella che si rispetti mi sono spenta, perdendo ogni briciolo di calore.
Raggio di Sole, sentirlo da lui è ancora più doloroso del previsto.
Jeremy s'accorge del mio cambio d'umore. «Scusami, non volevo» dice e mi dispiace così tanto. Non è colpa sua, non è sua la colpa di tutto questo. D'un tratto il silenzio incombe su di noi, e ringrazio di avere qualcosa a coprirmi il viso, perchè non riuscirei a pronunciare ciò che sto per emettere, se fossi scoperta.
«Non volevo ammazzarmi» professo, più a me stessa che a lui. La musica cessa, segno che non ci siano più barriere sonore fra noi. È pronto ad ascoltare senza interruzioni o distrazioni.
«Dico sul serio, Jeremy. Non volevo uccidermi, non questa sera almeno» sospiro, poggiando la nuca contro la portiera.
«Ci hai già pensato prima...al suicidio?» la parola è così forte da farmi volgere lo sguardo verso di lui. Vorrei tanto scorgere il modo in cui mi sta fissando, perché lo percepisco. Dritto sulla mia pelle. Brucia come una verità e fa male come una bugia. E così che si chiama quando hai la voglia di sparire e far sparire i brutti pensieri dalla mente? L'ho pensato spesso, sì. Ma non ho mai avuto il coraggio di compiere un atto così crudele. Mai. Stasera è stato solo un misero tentativo, ma non sarei riuscita a farlo fino in fondo. Mi hanno spinta, è vero. Ma avevo il controllo, il pieno controllo. La perdita d'equilibrio è stata volontaria, pensavo ci fosse Damen. All'inizio credevo che la mente mi stesse giocando brutti scherzi, ma al secondo strillo disperato ho compreso che fosse reale. E pensavo che ad un briciolo di distanza dal morire, fosse lui a soccorrermi per paura di perdermi. E invece no, c'era l'uomo seduto accanto a me. E sono identici visti da lontano, così uguali da sembrare gemelli.
«Ci ho pensato, sì. Molte volte a dirla tutta. Per un periodo ho subito così tanto, che il suicidio mi sembrava una passeggiata» ridacchio, ma è amaro come il sapore del sangue che mi sgorga dalle labbra. Devo essermi così tanto morsa il labbro da spaccarlo.
Lo sento trafficare con qualche oggetto, fino a richiudere il cruscotto con il palmo.
«Tieni...» mi poggia un fazzoletto tra le dita, «stai dissanguando».
«Questi sono di Damen, li tengo sempre come scorta nel caso in cui salisse in auto e sentisse il bisogno di disinfettarsi» dice, mentre tamburella le dita sul volante. A ripetizioni da tre. Un mantra, ecco cosa. Entrambi hanno dei mantra. Azioni involontarie che si ripetono quando sono a disagio, quest'ultimo si lascia cullare dai numeri. Hendrick, invece, oscilla la campanella al suo polso finché il respiro non si placa sotto il suo comando.
«Perchè lo fai?» chiedo, lui sembra non capire. «Perchè gli voglio ben-» si giustifica.
«No, ti sto chiedendo per lo fai. Perchè fai questo...» brancolo nel buio, alla ricerca del suo palmo e quando lo trovo, poggiato sul volante, l'afferro. È caldo e calloso, contro il mio freddo e liscio. Compio le sue gesta, il mio indice puntella il suo pollice, l'indice e sul medio. A ripetizioni da tre.
«Me l'ha insegnato mio nonno» lo sento deglutire con forza, «Mi aiuta a gestire l'ansia in momenti di panico» spezza il contatto fra di noi, tornando al suo posto.
«Ti agito?» il tono che fuoriesce non è per niente come l'avevo immaginato, lo sento sghignazzare all'allusione. «Ci stai provando, Signorina Raisa?» dal modo in cui i suoi orecchini strimpellano, posso percepire che sta scuotendo il capo da una parte all'altra. E ride al mio lamento soffocato.
«Non ci sto provando con te, Jeremy Anderson» graffio. «Ma che ego avete voi Anderson per sentirvi costantemente al centro del mondo? Tsk» schiocco la lingua contro il palato e incrocio le braccia al petto come una bambina. Quasi sono tentata di battere un piede contro la moquette dell'auto.
«Su eddai, stavo scherzando!» mi schiaffeggia la gamba scoperta ed è come se avessi appena infilato il dito in una presa elettrica. Rabbrividisco al contatto ed improvvisamente fa troppo caldo qui dentro, cerco di sfilarmi il giubbotto ma è praticamente impossibile vista la stazza del ragazzo e vista la piccolezza dell'abitacolo in cui ci troviamo. Sbuffo più volte, costretta a restare nella stessa identica posizione di quando sono entrata.
«Sei arrossita. Ma non lo dirò a Damen. Forse è la somiglianza fra di noi a confonderti» afferma poco dopo, ammutolita mi ritrovo ad annuire. «È spaventosa» dico in un sussurro. Motivo per cui mi sono confusa, vorrei dire.
«Mio padre, Dominic e Tourus erano gemelli, l'unica coppia di tre gemelli nata nella famiglia Anderson» ammette ed ecco spiegato il motivo di tale somiglianza. Non credo di averlo notato quel giorno al fienile, credo di non aver notato nulla in realtà. «Forse è per questo motivo che quando è morto mio padre, Andrew, il padre di Damen, ha deciso di adottarmi» sospira. E vuole dirmi di più, lo sento. Resto in silenzio in attesa che continui.
«Avevo quindici anni quando ho ritrovato mio padre morto nel cesso di casa nostra con una pallottola puntata alla testa. È stato orribile, Raisa. Davvero orribile» la voce tremula. E vorrei scostare la benda solo per vedere quanto può essere lui, in un momento come questo. Egoista da parte mia, considerato che J. si sta denudando dei suoi pensieri dinanzi a me.
«Le persone a Southdell credono di conoscerci, definendoci senz'anima. Ma non è così. Ho conosciuto l'orfanotrofio, prima di vivere in Villa e per un periodo ho subito così tanto, che il suicidio mi sembrava una passeggiata» usa la mia stessa frase, ma non ridacchia. È tremendamente serio.
«Sono stati i mesi più duri della mia vita. Venivo costantemente preso in giro dai miei compagni, ho subito scherzi crudeli a cui non mi sono mai sottratto. Credevo di meritarli tutti, avevo permesso a qualcuno di uccidere mio padre nella stanza accanto alla mia senza accorgermene. E quel giorno stavo per farlo, Raisa. Stavo per ammazzarmi, ma non nello stesso modo in cui lo stavi facendo tu» deglutisce, ed è lui a cercare la mia mano stavolta. L'afferro senza esitare con entrambi i palmi. «Stavo per usare una lametta da barba, avevo deciso di farla finita così che potessi raggiungere mio padre. Ero stanco, stanco di tutto. Stanco di vivere, volevo solo infliggermi dolore», «Finché Zio Andrew non si è presentato alla porta con un borsone e i documenti dell'adozione. Accanto a lui c'era un ragazzo che non avevo mai visto prima ed è sembrato di specchiarmi. I capelli corti, le labbra grandi, la stessa corporatura. Sembravamo proprio...» si blocca, sussultando.
«Tu e tuo padre» lo aiuto finendo ciò che stava per pronunciare.
«Spiccicata. La copia esatta. È stato magico. Non avrei dovuto morire per rivederlo, in quel momento mi è bastato guardare Drew».
«Se non fosse stato per il fatto che Damen avesse così tanto la mascella contratta e il muso duro da suscitarmi una fragorosa risata, lo avrei fatto sul serio. Mi sarei ucciso subito dopo che Andrew fosse entrato nell'ufficio della direttrice. Ma un'ilarità che, all'epoca, non sono riuscito a controllare mi ha depistato. E gli ho riso in faccia, sai?» le spalle vibrano, tira su col naso come se avesse pianto fino a qualche secondo fa. Allento la fascia strofinandola sul poggiatesta e sollevo di poco la benda con l'aiuto della guancia, riesco a scorgere il suo viso. Le lacrime salate hanno solcato la guancia, creando linee salate. Lecca il labbro superiore e strofina la faccia con la mano destra.
«Avresti dovuto vederlo» adesso sto sorvegliando te. Ti vedo Jay, vedo la sofferenza attraverso i tuoi occhi.
«Era stato palesemente costretto. E non lo nascondeva. Non è mai riuscito a nascondere le sue emozioni. È sempre stato troppo reale per fingere» si volta e mi becca in flagrante a fissarlo. Ma non sono curiosa di guardare la strada, non mi concentro sul vero motivo del mio ''rapimento'' consensuale. Non riesco a smettere di guardarlo. Osservo tutto: le guance, il naso, le labbra, la mascella, il pomo d'Adamo. Non m'importa di dove mi sta conducendo. Ho bisogno di ammirarlo. Hendrick piange nello stesso modo? O le sopracciglia gli si curvano verso il basso? Quanti sospiri emette mentre singhiozza?? Riesce a trattenerli? Sono così uguali come dice o c'è qualcosa di diverso in loro?? La curiosità di scoprirlo preme e mi ritrovo a pensare che non ho mai smesso di contemplarlo. Anche esaminare Jay, mi fa tremendamente battere il cuore per quell'uomo.
Sfioro il viso, lasciando cadere il braccio sul cambio manuale. Gli lascio una carezza sulla gota, così delicata da essere impercettibile. Sei un'anima buona Jay, intrappolato in una famiglia che non comprende il tuo valore. Spero tu possa perderti, solo per ritrovarti. Per ritrovare la felicità che tanto ti manca.
«Non farlo in quel modo» sussurra, reprimendo un mugolio. «Non costringermi ad asciugarti, di nuovo, le lacrime» bisbiglia. «Sono un uomo anch'io» sbuffa, ricomponendosi. Passa velocemente il polso sulle mie guance con fare scocciato e rimette la benda al suo posto. Facendomi ritornare al buio, ma è un buio diverso. Un buio che non mi spaventa, non mi fa sentire sola. Ho trovato un buon amico ed è strano conciliare la parola ''buono'' nella stessa frase con il proprio cognome.
«Grazie» dico soltanto, «Grazie di tutto Jay».
Ed è la prima volta che pronuncio il suo nomignolo, ma non sembra importare molto perché s'avvicina così tanto che riesco a sentire il suo profumo. Ma che cavolo...non hanno altri bagno-doccia nella loro Villona??
«Non vedi me, Raisa. Non mentire. Non mi hai visto nemmeno stasera mentre eri ferma sul ciglio, persa nel tuo intento. Hai visto Damen, anche fino a pochi secondi fa. Spero tu possa guardarlo per sempre nello stesso modo, anche se mi sento tremendamente geloso in questo momento» spiega. Nego, io mi sono accertata che fosse lui. Non voglio che pensi questo.
«Mi piaci, ma vorrei che fossimo solo buoni amici» scherza, spingendomi. Ama il contatto fisico e non si tira indietro quando, intimorita, gli tiro una ciocca di capelli.
«Smettila di giocare con me, lo dirò a Damen appena ne avrò l'occasione» beffeggio.
E un po' mi indebolisce pensare che potrebbero passare giorni, settimane, mesi o forse anni prima di rivederlo.
«Oh! Allora il giorno non è molto lontano. Mi ringrazierai più tardi signorina, siamo giunti a destinazione. Unica regola del gioco: NON URLARE PER NESSUNA RAGIONE»
#spazioautrice
Ciao a tutti/e. Come state?
Non scrivo uno spazio autrice da tempo, ma considerato che siamo agli sgoccioli mi sembrava giusto darvi qualche cenno di vita. Perché si, sono viva. Non credo ancora per molto, considerate le settimane che mi attendono, ma spero sempre di poter pubblicare. Finalmente abbiamo scoperto qualcosa in piú su Jeremy e sulla famiglia Anderson, un po' in ritardo ma ci siamo. I nodi cominciano a sciogliersi, ma non voglio spoilerarvi troppo.
Vi auguro un buon proseguimento di serata.
Un kiss.
-Fatima
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𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.
Casuale🔞 Questa storia contiene: violenza, linguaggio scurrile, scene che possono urtare la vostra sensibilità e uso di stupefacenti. E se ci fossero due sentieri da esplorare? Tu, quale sorte tenteresti? Raisa è una ragazza di diciannove anni, uno spic...
