12.

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Mi sento a pezzi, come se tutto intorno a me fosse completamente privo di senso. Sto rivivendo momenti passati che ho inutilmente cercato di eliminare dalla mia memoria.

Tengo ancora stretto tra le mani il regalo di Noah, una sorpresa che avrei preferito non dover aprire mai. Eppure mi sembrava che finalmente tutto andasse bene... fin quando non ho letto quella maledetta scritta sul biglietto. Il regalo di Noah non è altro che la mia iscrizione, già effettuata, ad una gara di ballo.

Tanto per capirsi, ha deciso che il regalo perfetto per festeggiare il mio compleanno fosse servirmi su un piatto d'argento la mia paura più grande.

Penso e ripenso milioni di volte a quello che ho letto e cerco disperatamente di trovare una spiegazione logica a tutto, ma l'unica cosa plausibile che mi viene in mente è che si è sicuramente divertito a farmi uno scherzo. Ma se davvero è così, non è affatto divertente.

La pioggia continua a scorrere sul mio viso. Mi sono rintanata sul terrazzo per non farmi vedere da nessuno e comincio a riflettere su come il mio talento più grande sia attirare drammi adolescenziali. In questi mesi, Noah è diventato il mio migliore amico e pensavo che avrebbe custodito il mio segreto, la mia storia, come fosse sua. Come è possibile che possa avermi fatto una cosa del genere? Milioni e milioni di pensieri si catapultano rivoltandosi nel mio cervello, impedendomi di rimanere lucida; ed improvvisamente mi sento arrabbiata, tanto da non riuscire a controllarmi. Mi passo le mani tra i capelli ancora stringendo il biglietto in pugno. Non mi interessa se la pioggia mi sta ricoprendo: si intona perfettamente al mio umore.

In lontananza vedo i lampi inseguirsi tra loro, aspettando che il tuono faccia il suo fragoroso ingresso.

Dall'interno della casa sento un leggero vociare che tenta di sfiorare il silenzio: avrei voluto evitare quel tipo di comportamento, soprattutto dopo tutto quello che hanno fatto per organizzarmi la festa, ma l'insofferenza che ho provato in quegli istanti era troppo forte per rimanere nella stanza.

La porta-finestra alle mie spalle si apre con un suono soffuso che si confonde con la pioggia.

«Claire, possiamo parlare?» mi chiede la voce di Noah.

Mi piacerebbe sul serio sentire una sua spiegazione, anche solo per capire quanto sia bravo ad inventare scuse insolenti per casi del genere. Ma, per quanto la mia curiosità sia alta, non ho alcuna intenzione di lasciar passare l'accaduto sotto silenzio come erroneamente feci con Dylan.

Ah, quanto è vera la pioggia che mi bagna, questa volta gliene dico quattro, cinque o anche mille! Devo dare sfogo al mio dolore, almeno per una volta.

«No che non possiamo! Come osi anche solo pensare che io voglia scambiare una parola con te? Non ti sembra di aver fatto già abbastanza?!» dico girandomi di colpo. Non mi preoccupo dell'aspetto da pazza che ho con i capelli bagnati e il vestito incollato alla pelle. «Pensavo fossimo amici! Pensavo che riuscire finalmente a fidarmi di qualcuno, dopo tutto questo tempo, fosse la cosa migliore che potesse capitarmi nella nuova città, ma no! Hai dovuto rovinare tutto quanto! Ogni singolo istante che abbiamo passato insieme è stato solamente un momento di svago per te!»

La pioggia sta aumentando di intensità.

Noah mi guarda in silenzio. È intimorito o sfiduciato dalle mie parole e stenta anche a muoversi. Le goccioline invernali cominciano a inzuppare anche lui, facendo trasparire i muscoli scolpiti da sotto la camicia bianca.

«Tu hai preso la parte più nascosta di me e ne hai fatto un gioco. Ti ho raccontato la mia storia perché sapevo che mi sarei potuta fidare; ma hai colto l'occasione per approfittarti della mia debolezza e sbattermela in faccia».

«Claire... ascoltami...» prova a dire lui. E' calmo ma serio e mi osserva come se stesse aspettando il momento opportuno per parlare.

«No, Noah! Ascolta tu! MI HAI FATTO MALE!» grido sovrastando con la voce un tuono caduto all'improvviso. «Un male che mi auguravo di non provare più...». Il mio tono di voce si è affievolito, come se per la prima volta, mi accorgessi di quanto mi sento impotente in questo momento.

E' come bruciarsi con il fuoco: poi resta la cicatrice.

Sento le corde vocali cedere e mi rendo conto di aver esaurito le forze fisiche, ma soprattutto mentali. Non mi va più di combattere contro un destino che, a questo punto, mi pare inevitabile.

Sento il freddo entrarmi nelle ossa, gelandole, e devo appoggiarmi al muro per non scivolare a terra. Noah si passa una mano tra i capelli, liberandoli dall'acqua della tempesta.

«Vorrei solo sapere... perché? Ma riflettendoci, forse non mi interessa più nemmeno quello...» Sono le ultime parole che mi concedo di pronunciare prima di voltarmi. I suoi occhi color cristallo non fanno altro che indebolire la mia corazza e non è questo il momento per combattere disarmata.

Passano alcuni secondi prima che io riesca a percepire la sua voce: «Hai finito? Ti sei sfogata per bene?» chiede spiazzandomi.

Lo guardo senza rispondere, inebetita dal suo comportamento autoritario.

«Vuoi aggiungere qualcos'altro?» continua.

Scuoto la testa.

«Bene, allora tocca a me parlare»

Balla con meDove le storie prendono vita. Scoprilo ora