Capitolo 26.

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Le sezioni quadrate giravano lentamente sui loro assi, producendo uno stridore assordante. Quel chiasso produsse in me una risposta involontaria e mi tappai immediatamente le orecchie, socchiudendo gli occhi.
Era buffo come in una situazione del genere mi rivenisse in mente un ricordo: esattamente la prima volta che avevo sentito le Porte del Labirinto chiudersi con il loro stridore avevo quasi avuto un'attacco di panico, ma allora Newt mi aveva subito rassicurata, nonostante mi conoscesse da poche ore.

Questa volta invece mi limitai a osservare quelle sezioni quadrate, con le mani incollate sulle orecchie, ma che non facevano poi così tanta differenza.
Mi guardai intorno e vidi che anche gli altri stessero facendo la stessa cosa, cercando di contrastare il rumore.
Tutt'intorno pezzi di deserto sparsi uniformemente a formare un cerchio completo ruotavano fino a sparire, ognuno rimpiazzato da un grosso quadrato nero che, assestandosi, produceva un forte sferragliamento. Sopra ognuno di questi era appoggiata una di quelle bare bianche gibbose. Almeno trenta.

Lo stridore metallico si arrestò all'improvviso, cogliendomi di sorpresa e lasciando nelle mie orecchie quel fastidioso fischio leggero, proprio come quando cade una bomba e scoppia.
Nessuno disse una parola, tutti erano troppo occupati a fissare quelle bare che ognuno di noi ricordava fin troppo bene contenere i nostri peggiori incubi e la morte.
Il vento sferzava il deserto, soffiando fiumi di polvere e terra sui contenitori arrotondati. Il risultato era un tintinnio acuto, così forte che mi vennero i brividi. Se non le avessi viste prima, avrei pensato che fossero delle capsule per noi, una specie di Porto Sicuro.

Se non mi fosse venuta in mente l'immagine disgustosa dei Dolenti, probabilmente avrei pensato di infilarmici dentro, attendendo che mi tirassero fuori da quel posto pullulante di morte, Spaccati e sabbia.
Fui costretta a socchiudere gli occhi quando un'altra folata di vento – questa volta più forte della prima – si scagliò addosso a noi, come se stesse quasi cercando di strapparci di dosso i vestiti.
A parte i nostri indumenti, non si era mosso nient'altro da quando erano comparsi quegli oggetti sconosciuti, alieni. C'erano solo quel rumore, il vento, il freddo e il bruciore agli occhi.

Attendemmo diversi secondi che succedesse qualcosa, ma quelle capsule continuavano a restarsene immobili, come in attesa di un nostro movimento. Magari le mie supposizioni non erano errate e dentro quei contenitori c'erano dentro proprio i Dolenti, in attesa che le bare si aprissero per saltare fuori e attaccarci al primo passo falso.
Mi morsi il labbro e mi costrinsi a pensare. Avrei dovuto dare per scontato qualcosa che sapevo oppure dubitare di tutto per aprirmi nuove teorie? Lì dentro c'erano i Dolenti – come avevo potuto constatare io stessa qualche tempo prima – oppure erano veramente delle capsule che ci avrebbero scortati verso il vero Porto Sicuro?

Insomma, i Dolenti avevano una pelle molto umida, sarebbe stata dura per loro in un luogo pieno di polvere e sabbia. Eppure era una cosa stupida, banale. Magari la W.I.C.K.E.D. aveva fatto in modo di adattarli anche a questo ambiente – cosa molto probabile –, ma ebbi quasi la sensazione che stessimo sprecando del tempo prezioso.
Non potevamo attendere con pazienza che si aprissero per vedere cosa si nascondeva dentro. Magari avremmo dovuto esaminarle, o schiacciare qualche bottone per farle aprire.
Mi morsi il labbro, incerta se condividere o meno i miei pensieri con i Radurai. E se lì dentro ci fossero veramente stati i mostruosi Dolenti? Non volevo gettare i miei amici nelle braccia della morte solo per una stupida teoria astratta.

Mi guardai nuovamente intorno e vidi che nel frattempo Stephen mi si fosse avvicinato, con uno sguardo talmente confuso e sorpreso che mi fece capire che anche lui non sapesse niente di quello che stava succedendo.
Feci un passo verso di lui, in modo da essergli appiccicata abbastanza da fargli sentire ciò che avevo da dire.
"Ehi!" gridai, ma il vento sembrò portarsi via il suono prima ancora che mi fosse uscito dalla bocca. Un'altra folata di vento, sempre più forte – sembrava quasi che stesse aumentando di intensità per spazzarci tutti via – si gettò su di me, come una mano invisibile. 

The Maze Runner - SurviveDove le storie prendono vita. Scoprilo ora