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#35 IN FA...
Ho fatto una fila di mezz'ora per un caffè che faceva schifo, ma mi serviva. Sono stata sveglia tutta la notte per il progetto di storia. Non che io abbia portato a termine qualcosa, eh. Anzi credo che anche oggi la Sacchi segnerà una dimenticanza accanto al mio nome sul registro. Ma se non altro sono riuscita a stamparne una parte e magari mostrandogliela sarà più clemente. Potrei dirle che la stampante si è bloccata e che sono riuscita ad ottenere solo quel pezzo. Nah, lasciamo stare. C'è il rischio che mi chieda di inviarglielo via mail nel pomeriggio. Sono sicura che apprezzerà almeno il cartellone che ho preparato. Lo stringo al petto come fosse fatto d'oro. Potrebbe essere il mio lascia-passare per la promozione. DEVO essere promossa in storia, o mia madre mi ucciderà. Attraverso e imbocco Via Agresti. Oggi la metro è impossibile da prendere, sono tutti pazzi per l'esposizione all'aperto di Villa Borghese. Me la devo fare a piedi, ma l'aria è frescolina e sa ancora della pioggia che è venuta durante la notte. Mi piace camminare per Roma quando c'è questo tempo. Faccio per svoltare l'angolo ma vengo travolta da qualcosa, o meglio da qualcuno. Un ragazzo sta correndo nella mia stessa direzione, mi tira una spallata e continua il suo percorso, non curante di avermi praticamente buttata contro il muro in cemento da parte al marciapiedi. "A' delicato! Guarda che non esisti solo te, sai?" gli grido. Di solito mi trattengo ma quando mi succede qualcosa del genere, esce fuori la romana coatta che è in me. Mia madre dice che questo lato l'ho ereditato da mio padre. Papà... Non voglio pensarci. Non posso, non adesso. "Scusa ragazzì, sò de corsa!" si volta appena, solo per pochi secondi, ma riesco a fare un fermo immagine. Ha i capelli lunghi per essere un ragazzo, arruffati e disordinati. Sono mossi e smussano un pò i lineamenti spigolosi di un viso che è quasi la perfezione. Ha gli zigomi alti e gli occhi quasi taglienti. Le labbra sottili, sono incurvate in un sorriso che è arrogante, pieno di spavalderia e consapevolezza. Sa di essere bello. E ora lo so anch' io. E' probabilmente uno dei ragazzi più belli che abbia mai visto. Uno di quelli che disegnerei dalla mattina alla sera. Se dovessi dargli un colore sarebbe l'oro. Forse perchè i suoi capelli un pò me lo ricordano. Fina da piccola, mi è sempre piaciuto accostare colori alle persone. Mi aiutavano ad inquadrarle ed a capire se dovevo o meno star loro alla larga. Il casino succede quando capita che, come stamattina, incontro qualcuno che è nero ed oro insieme. Quel ragazzo a l'aria di qualcuno che porta guai, ma anche di qualcuno che i guai te li risolve. Bhe...Fermo immagine: DISSOLTO. Se sono fortunata non lo incontrerò più in vita mia. Si volta in fretta, ma riesco a vederlo mentre fa un sorrisetto a se stesso e scrolla la testa. Sicuramente starà pensando di essersi conquistato un'altra ammiratrice. E' vestito in maniera trasandata, ma per come cammina e si atteggia, sembra comunque un divo da Red Carpet. Forse è un modello? I modelli sono gli unici a sembrare perfetti anche con i primi stracci trovati nell'armadio. Quando svolta l'angolo e sparisce dal mio raggio visivo, mi accorgo di averlo fissato per tutto il tempo. TROPPO tempo. Poi, quando abbasso la testa, l'amara sorpresa. Il mio cartellone, nello scontro con quel coglione, è finito a terra, dritto in una pozzanghera. E io sono stata talmente tanto tempo a fissare il ragazzo che non me ne sono nemmeno accorta e ora è completamente fradicio. Mi viene da piangere. Ma tanto nessuno mi vede perciò lo faccio. Scoppio in lacrime e getto il mio progetto salva-vita nel bidone della spazzatura. Ci ho messo tutta la notte, sono stata sveglia contro ogni impulso di dormire che il mio corpo mi dava. Ci ho messo l'anima in questo lavoro. Volevo davvero prenderlo quel bel voto e rendere orgogliosa mia madre. E invece sarò una delle sue tante delusioni di questa giornata. Che stupida che sono. Me ne andasse mai bene una! Arrivo di fronte al liceo e mi asciugo le lacrime. Non voglio che il gruppetto delle Oche mi veda piangere. Sento una voce alle mie spalle. "Ciao Carboncino" dice. Non mi arrabbio, non potrei mai. So benissimo chi è e quasi ri-scoppio a piangere per la gioia di non essere più sola. "Stefano, grazie al cielo!" gli salto al collo e lo abbraccio. Lui è la mia salvezza, l'ancora che mi tiene aggrappata a questo mondo. Il mio migliore amico e l'unica persona che riesca a capire come mi sento ogni fottuto giorno. "Sei tornato" "Bhe, la febbre mica dura per sempre" mi fa staccare e mi sorride. Mi asciuga le lacrime col pollice e mi guarda con compassione. "Che succede scricciolo? Ancora Clarissa?" E' gay. Ne sono consapevole e so anche che non andremmo mai d'accordo se provassimo ad avere una storia, siamo troppo uguali. Però ogni tanto ci penso a come sarebbe, avere un ragazzo che mi tratti come mi tratta lui e che non sia attirato dai maschi. Mi è mancato così tanto in questa settimana, che mi è sembrata durare decenni. Tiro su col naso e gli sorrido, felice di averlo di nuovo al mio fianco. "No, lei non centra stavolta" sussurro, guardandola scherzare con Alessandro "E' il mio progetto di storia, quello sul nazismo" "Che è successo? Non lo hai portato nemmeno oggi?" "Si, invece, l'ho portato. Ci ho messo tutta la notte a farlo" "Ecco perchè quel musino stanco" "Ma poi mentre camminavo un idiota mi è praticamente passato sopra per la fretta di superarmi e il mio cartellone è finito nella pozzanghera" "Che cosa? Sul serio? Scusami se te lo dico, ma sei davvero una sfigata, Carboncino" "Lo so" dico, cercando di non piangere di nuovo "E smettila di chiamarmi così" Mi fa un mezzo sorriso, sa che non dico sul serio. "Facciamo così" mi risponde aprendo il suo zaino "Prendi il mio progetto, tanto è fatto a computer, non noterà che lo ho fatto io" "Che cosa? Sei impazzito? I tuoi sono sempre i progetti più belli" "Lo so" mi dice tirandosela "Ma la maturità è vicina, sei a rischio bocciatura e non puoi permettertelo" Lo guardo allibita, per qualche secondo. Non so se riuscirò mai a ripagarlo in qualche modo per quello che ha fatto per me. "E poi ho la media dell'otto in tutte le materie e sono in convalescenza" sorride "La Sacchi non si arrabbierà se non le porto il progetto oggi" "Ma così dovrai rifarlo" gli rispondo sentendomi in colpa. "Mi inventerò qualcosa" mi fa l'occhiolino e mi mette un braccio attorno al collo "Coraggio entriamo" Siamo ancora sugli scalini, quando con la coda dell'occhio vedo qualcosa che attira il mio sguardo come una calamita. Mi giro verso sinistra ed eccolo lì, il modello. Il responsabile dei miei pianti e della mia brutta giornata. E' appoggiato al muro del liceo linguistico accanto al nostro, con una sigaretta tra le labbra. Parla con gli amici, sorride e si passa la mano tra i capelli folti. "E' lui, Stafano!" "Cosa? Lui chi?" "Il ragazzo che mi ha spinta stamattina, è laggiù" lo indico, cercando di non dare nell'occhio. "Quello col cappotto lungo?" "Esatto" dico sull'orlo di una crisi di nervi. "E dimmi" lo squadra dall'alto verso il basso, ammiccando "Fa spesso la tua strada? Perchè quasi, quasi da domani vengo a piedi pure io" Gli tiro una gomitata. Voglio dire: so bene che ha ragione, ma non è questo il momento di mettersi a fissarlo come se fosse un pezzo di carne prelibato. "Sta un pò zitto Mainardi" di solito funziona quando lo chiamo per cognome. "Perchè? Ho detto la verità" "Terra chiama Stefano, mi ricevi?" gli passo una mano di fronte agli occhi "E' lui che mi ha travolta stamattina. E' lui che ha fatto cadere il mio progetto" "Bhe, è un maleducato ti do ragione. Ma mi farei travolgere volentieri da uno del genere" "Vabè ho capito, lasciamo stare ed entriamo prima che ci segnino un ritardo" Arrotolo il cartellone e lo infilo nel mio zaino, ancora scossa dall'aver rivisto il Coglione del Marciapiede. Stefano ha ragione, è davvero bellissimo. Ma si da troppe arie e sprigiona un'arroganza che mi fa solo innervosire di più. Devo levarmelo dalla testa. Mi siedo al banco accanto a quello di Nardi. E' così che mi piace chiamarlo, tanto per farlo innervosire. Stefano è già pronto per la lezione di matematica, io un pò meno. Con tutto quello che dovevo fare per storia, ho dimenticato di fare gli esercizi per oggi. Un uomo brizzolato entra in classe e ci fissa per qualche secondo. "Sono il professor Vitali, insegno Spagnolo al liceo qui di fianco" si siede alla cattedra. Ma perchè? "Oggi il professor Baroni non ci sarà, purtroppo è malato" apre la sua cartellina in pelle scura "Io ho dei compiti da correggere, perciò vi lascerò fare quello che volete, ma non alzate troppo la voce, perchè non ci metto nulla a farvi una lezione base di spagnolo!" Tiro un sospiro di sollievo, felice di non ricevere una X sul registro per il compito e di poter fare quello che voglio per le prossime due ore. Guardo Stefano tirare fuori dallo zaino un fumetto nuovo e scrollo a testa. Non crescerà mai. Ma non è che io sia tanto diversa da lui. Ho diciotto anni ma ne dimostro molti meno, sciatta e persa come sono, nel mio mondo fatto di romanzi e disegni. "Oggi chi hai portato? Austen o Dickens?" Mi conosce così bene. "Austen" rispondo "Ma lo finirò nel pomeriggio. Adesso ho voglia di disegnare" Tiro fuori il mio porta-ritratti in cuoio rovinato dal tempo. Non lo getterei mai, me lo ha regalato papà per il mio sedicesimo compleanno. Appena prima dell'incidente. Mi scrollo i brutti pensieri di dosso e cerco un foglio pulito ed un carboncino nel mio set che sia abbastanza appuntito. Accendo l'Ipod, mi infilo le cuffie ed in pochi secondi i Muse mi portano in un altro mondo. Alessandro sta guardando il cellulare e sta sorridendo, è bellissimo. Sono tentata di disegnare lui, ma se qualcuno mi vedesse sarebbe la fine. Forse potrei ritrarre Stefano, intento a leggere le storie di Iron Man. "Non pensarci troppo, poggia il carboncino sul foglio e lascia che la mano e il cuore disegnino quello che vogliono" mi diceva sempre papà. E allora lo faccio. Appoggio il carboncino sulla carta ruvida e lascio decidere al cuore.
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Quasi un'ora più tardi, sono ancora nel mio mondo, con Don't forget me dei Red Hot Chilli Peppers a tutto volume nelle orecchie. La mia playlist è andata avanti ed io ho continuato a disegnare, persa come al solito nel mio mondo. Ora che ci penso non so nemmeno che ho disegnato. Sento una mano sulla spalla e salto sulla sedia per lo spavento. Quando mi volto, mi trovo da parte il professor Vitali. Mi levo una cuffietta per ascoltare che quello che vuole dirmi. "Ho chiesto se per favore potresti abbassare un pò la musica. Ti si romperanno i timpani in quel modo, prima o poi!" mi dice divertito. Vedo Clarissa e Claudia ridacchiare mentre si truccano. Che oche giulive! "Si prof, mi scusi" Lo vedo chinarsi e dare un'occhiata al mio disegno. "Lo hai fatto tu?" Faccio si con la testa, un pò agitata. Non mi piace che guardino i miei disegni. "Ma non mi dire" sorride divertito Vitali "Anche tu sei caduta nella rete del bel Damiano?" Cosa? Rete? Chi cavolo è Damiano? "Mi scusi, non capisco" "Il tuo ritratto" mi dice, indicando il disegno di fronte a me "E' Damiano, giusto? E' un mio studente" Ma che diavolo è successo? Soprappensiero ho davvero disegnato il coglione di stamattina? Non è possibile, ma che mi prende? E così si chiama Damiano? "Io...A dire il vero non so il suo nome" cerco di deglutire per il nervoso ma la gola mi si è seccata per il nervosismo e punge quasi "L'ho visto fuori da scuola e l'ho disegnato. Ma non lo conosco" Ometto volontariamente il racconto sul nostro scontro di stamattina. "Fidati è meglio così!" mi risponde sorridendo sotto i baffi grigi "Quel ragazzo ha un debole per le ragazze che hanno un debole per lui" scrolla la testa e se ne torna alla cattedra. Come immaginavo: un donnaiolo. E' ovvio, basta dargli un'occhiata veloce per capire quanto si piaccia e quanto si creda il re del mondo. "Non si preoccupi" lo rassicuro "Quelli come lui non sono il mio tipo" Non sono molto sicura che mi abbia sentito, ma non importa. Credo di averlo detto più per convincere me stessa che lui.