8 - Maschere cadute

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Il risveglio il mattino seguente è molto più piacevole, parecchio più leggero rispetto all'atmosfera in cui la serata è terminata. Alla fine, i due coniugi sono riusciti a cambiare argomento, ma io potevo leggere il dolore nelle espressioni affrante, nei sorrisi stentati e stanchi, soprattutto, di non conoscere la verità.

Scosto a fatica la coperta, arancione e tappezzata da orsetti e il mio sguardo si sofferma sul nome di Edoardo, impresso sulla parete vicino a cui questo letto è poggiato, per poi spostarsi sui miei vestiti, lasciati in un cumulo vicino alla piccola scrivania ancora ingombra di fogli disegnati. Non ho avuto il coraggio di spostarli, perché mi sembrava di poter rovinare qualcosa.

«Sei sveglia?» Il tono dolce di Margherita mi sottrae ai miei pensieri e mi spinge a spostare la mia attenzione su di lei, ferma sulla soglia con un vassoio bianco in mano, su cui sono poggiati una tazza di latte e delle trecce.

Sebbene abbia recuperato l'aria serena che ho visto quando sono entrata in questa casa, nulla mi impedisce di pensare a quanto stia soffrendo nel nascondere i suoi patimenti e domandarmi quanto sia difficile indossare delle maschere per non lasciar trapelare nulla. A prima vista lei mi era parsa quel tipo di persona che se anche fosse sul punto di scoppiare in lacrime, direbbe sempre di stare bene e così sembra anche ora, ma il ricordo delle sue lacrime dice più di quanto lei voglia ammettere in realtà.

«Sì» bisbiglio e mi alzo, per toglierle il carico presente fra le mani e seguirla in cucina, dove mi siedo al tavolinetto di legno, pronta a consumare la mia colazione. «Antonio è già andato via?» domando.

«Purtroppo il nostro lavoro richiede parecchio impegno e siamo obbligati ad alzarci presto» spiega, affaccendandosi tra il forno e il lavandino con il suo grembiule bianco. Pare più giovane così concentrata, con le rughe di dolore scomparse dal viso dai lineamenti morbidi e le labbra carnose incurvate in un sorriso. «Ma non temere, tra poco ti accompagnerò io alla Cattedrale. So che sei impaziente di scoprire cosa ti attende, lo vedo dal tuo sguardo.»

Annuisco, rigirandomi la tazza ormai per metà vuota fra le mani e chiedendomi come avesse fatto lei, nonostante fosse concentrata sui suoi pensieri, a percepire la mia agitazione. D'altronde, nemmeno Nunzia, per quanto mi conoscesse meglio di lei, sarebbe riuscita a decifrare le mie occhiate nervose all'orologio. Da quando mi ha invitata in casa sua ha continuato a ripetermi che fossi un enigma troppo complesso da riuscire a risolvere e io non ho potuto fare altro che darle ragione, poiché nemmeno io, alle volte, riesco a comprendermi.

«Vado a prepararmi» annuncio e mi dirigo nella cameretta; dopodiché, recupero i miei vestiti dalla sedia e mi infilo nel bagno per una veloce doccia.

Esco e al di fuori della porta, intenta ad attendermi, trovo Margherita, già pronta per la nostra uscita. Nell'osservarla, non posso fare a meno di notare quanto il turchese della sua maglietta sia un colore che le doni e le restituisca un po' di vitalità.

Il sole, al di fuori dell'abitazione, splende già alto nel cielo azzurro e la piazza a due passi dall'appartamento è già ingombra di persone, accomodate sotto i gazebi bianchi del bar Venezia, sparse in giro per il suo perimetro, oppure radunate in gruppi di tre sulle panchine. Le altre, invece, si aggirano per le vie strette e formate da appartamenti bianchi o color sabbia del centro storico, nella piccola piazza Palmieri o nei pressi delle enormi cinta murarie, situate lungo il cammino per arrivare sino alla Cattedrale.

Non ricordo se nella mia vita precedente sono stata religiosa, eppure non posso fare a meno di rimanere a bocca aperta di fronte al fascino della parete di mattoni marrone chiaro su cui è ritagliato l'orologio, dalle statue incasellate al suo interno o dai grandi colonnati presenti ai lati dell'entrata dell'edificio sacro. Nemmeno la marea di colori al suo interno o i ghirigori e simboli, impressi sul marmo delle colonne bianche solo per metà, mi risparmia dal boccheggiare, assieme ai resti della zattera di cui Margherita mi sta raccontando la leggenda e al quadro della Madonna della Madia, che sembra guardarmi con il suo amorevole sguardo dall'alto della sua posizione.

«Finalmente la mia attesa è finita» dichiara una voce poco distante da me e non è quella di Margherita, nonostante sia femminile. «Aspettavo solo di incontrarti, Sol» aggiunge la nuova figura, balzando giù dai bordi della cupola costellata da finestre e atterrando vicino a me.

Deglutisco, un po' spaventata per quel gesto e in attesa di conoscere una nuova verità.

SPAZIO DELL'AUTRICE: 

Per il momento, non vi lascio alcun commento particolare. Oggi preferisco caricarvi due capitoli e alla fine del secondo farò le mie riflessioni al riguardo! Comunque, nella "copertina" di questa parte vedrete la foto dell'esterno della Cattedrale di cui vi parlo, così potete immaginare meglio questo posto. :) 

Spero vi piaccia! :D

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