35 - Un padre migliore

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«Tu?!» All'improvviso le mie guance diventano calde e sono sicura del loro repentino cambio di colore. Non mi serve uno specchio per vederle arrossarsi o per notare quanta rabbia e disprezzo ci sia all'interno dei miei occhi. Il mio cuore, fossilizzato all'inizio per via della sorte di Antonio, adesso martella furioso nel petto.

«Io...» cerca di dire papà, ma lo fulmino con lo sguardo, tanto da indurlo a zittirsi e abbassare la testa. Le occhiaie spiccano sotto gli occhi scuri così come le chiazze rosse sulle sue braccia, ma non me ne curo, non ho voglia di sentire una parola sulla sua salute fisica. Adesso vorrei solo sapere tutta la verità e lui è l'unico in grado di fornirmela. D'altro canto, è lui il responsabile di tutto questo.

«Lui non merita nemmeno la tua rabbia» mormora Valerio con aria seria. Mi affianca e circonda le mie spalle con un braccio, come se questo gesto possa bastare a tenermi lontana da lui o proteggermi dalla persona che mi ha fatto più male. «Le tue attenzioni, adesso, devono essere concentrate sulla memoria di un uomo più meritevole di questo individuo.»

«Intendi quello?» azzarda mio padre. «Non lo conosceva neanche. È solo un povero cristo che ha avuto la sfortuna di ritrovarsi lungo la mia strada e...»

«Stai zitto!» urlo e per poco non assecondo il mio istinto di rifilargli un ceffone, ma è pur sempre mio padre, per cui rimango ferma, le mani intrecciate a quelle dell'uomo accanto a me. «Non osare dire una parola di più su Antonio! Lui, in due giorni, è stato un padre migliore più di quanto tu possa esserlo stato in tutta una vita! E sai qual è la cosa peggiore?»

«Spara» replica lui con voce atona. Ha la testa abbassata, adesso e gli occhi puntati sul pavimento polveroso. Le braccia sono bloccate dietro le spalle dalle manette ai polsi e ci sono due agenti proprio dietro di lui a tenerlo d'occhio. «Avanti, sputa sentenze.»

«Hai rovinato una famiglia meravigliosa!» grido, in preda alla disperazione. Alcune lacrime scivolano giù per il viso, ma non importa. Che lo vedano tutti il mio dolore, io non ho intenzione di nasconderlo. Antonio meriterebbe di più di una manciata di lucciconi da parte di una sconosciuta. Avrebbe dovuto avere la possibilità di conoscere l'accaduto, di assimilare il dolore e di ricominciare a vivere, assieme a Margherita e magari un altro figlio, se solo la vita lo avesse voluto per loro.

«Se reagisci in questo modo alla morte del tuo amico, figuriamoci cosa farai quando racconterò il resto» aggiunge con la stessa voce incolore. Nessun sentimento traspare da essa, nemmeno un accenno di stanchezza ed è ciò che mi fa innervosire di più. Può una persona essere tanto inumana?

«Lo farai nella sede dei carabinieri» mugola il capitano, mentre i medici della seconda ambulanza, arrivati giusto poco fa su esortazione di un suo collega, lo caricano su una barella. La sua gamba, adesso, è completamente fasciata, ma imbrattata di sangue. La stoffa, stando a ciò che ho sentito, è solo una misura temporanea per proteggere la ferita dagli acari e da eventuali infezioni.

«Chi ha detto che lo farò lì?» risponde. «Non ho alcuna intenzione di farmi scortare come un criminale in un posto dove tutti mi conoscono. Sarebbe vergognoso!»

«Lo farai eccome» afferma il secondo in comando, dandogli una scrollata. Il capitano, ormai, è fuori dalla nostra portata, per cui tocca a questo signore prendere in mano la situazione. «Da omicida e sequestratore di cadavere, ti spetta una bella punizione. La morte del signore qua presente non passerà impunita.»

Non può aggiungere altro, mio padre, perché viene portato via di peso assieme agli altri due nelle macchine degli uomini. Noi, invece, seguiamo l'incaricato fino al suo ufficio, dove ci fa accomodare. Sembra sconvolto, ma mai quanto me e le due persone sedute di fianco. Io vorrei solo sfogare la mia frustrazione, Stefano si è chiuso in un mutismo incomprensibile e Valerio pare assorto in chissà quali pensieri.

«Mi dispiace sia finita così» si decide a parlare l'uomo davanti a noi. Mette via il cappello, rivelando corti capelli scuri, proprio come i suoi occhi. Poggia i palmi sulla scrivania e ci scruta uno a uno. «Però queste cose succedono, alle volte. Ora, l'importante, è fare luce su tutto.»

Mentre pronuncia queste parole, gli altri agenti fanno irruzione nella stanza insieme a papà e i suoi uomini. Li trattengono per le spalle, nonostante siano immobilizzati dalla morsa del metallo.

«Parla» gli ordino, senza guardarlo negli occhi. Se solo lo facessi, sentirei ancora una volta la voglia irrefrenabile di insultarlo e, anche se lo meriterebbe, non posso. Non qui, non ora e nemmeno in un'altra vita. Come ha detto Valerio, non merita le mie attenzioni.

Papà sospira. «Che ci fosse una disputa fra me e la famiglia del tuo ragazzo lo ricordi, presumo, altrimenti questo giovane non sarebbe qua a rovinare la mia famiglia» ringhia a denti stretti. «Ma non è questa la parte più importante. Il tuo non doveva essere un incidente, ma doveva semplicemente spingerti ad avere paura, a ritornare a casa. Non potevo sopportare che la mia unica figlia accompagnasse questo qua.»

«Lui ha un nome» replico in tono gelido. «Uno di gran lunga più onorevole del tuo, a quanto pare.»

«Quel nome appartiene anche a te, Sole». Il mio genitore inarca un sopracciglio, ma si affretta ad abbassarlo quando gli viene data una spintarella per continuare a parlare. «Comunque, tutto questo è stato tutto un effetto collaterale. La donna coinvolta, imparentata con quel tale morto, aveva bisogno di soldi. Era disperata, non riusciva a mandare avanti la sua casa e io le ho offerto la possibilità di averne alcuni, in cambio di questo favore. Quando tu sei andata via, io mi sono ricordato di lei, di come tempo prima fosse venuta a elemosinare un lavoro e le ho impartito di seguirvi e di fare quello che ha fatto. La morte del bambino al suo fianco non è una mia responsabilità. Io ho solo occultato la vicenda come meglio potevo, rifornito gli infermieri delle tue medicine e spaventato la tua amica per tenerla lontana.»

«E Nunzia? Lei cos'ha a che fare con tutto ciò? Come hai fatto a convincerla?». Stringo le mani a pugno così forte che le nocche sbiancano e sui palmi appaiono delle mezzelune profonde.

«Lei cercava il corpo di suo marito, portatole via dagli uccisori. Io l'ho trovato grazie alle mie conoscenze e le ho detto che se si fosse occupata di te, le avrei restituito la salma, quella che voi stavate cercando di portare via da quella casa» spiega senza battere ciglio.

«E mamma?» Le parole escono strozzate dalla mia gola, tanto ho paura di cosa potrei sentir dire.

«No, lei non c'entra nulla. Non sa niente, non avrebbe mai potuto.»

«Basta, ho materiale a sufficienza» lo interrompe il capitano, mostrando il registratore fra le sue mani. «Queste informazioni basteranno per un soggiorno nelle carceri di Bari. I miei colleghi mi seguano, mentre voi...» Si interrompe per un attimo prima di finire la frase. «Restate qua. Tra poco verrà qualcuno, qui da voi» dice alla fine, prima di richiudere la porta alle sue spalle e lasciarmi in balia della disperazione.

SPAZIO DELL'AUTRICE:

Tutto chiaro, no? Adesso tutto quanto è stato reso noto. Non so se vi aspettaste che il corpo nella soffitta fosse il defunto marito di Nunzia o che il motivo per cui la cognata di Antonio (sigh!) avesse fatto ciò che ha fatto per mancanza di denaro... Lascio a voi le opinioni. Ormai rimane poco alla fine e... chissà cosa potrebbe succedere. Voi ne avete idea? 

Intanto, ancora una volta, vi ringrazio.  Sono poche le persone che sono arrivate fino a qui, quasi si possono contare sulle dita di una sola mano, ma le ringrazio tutte, una a una. Avrei abbandonato la pubblicazione di questa storia da tempo, se non mi avessero seguita fino a questo capitolo. Grazie, ragazzi.  (Col cuore! -cit.) 

Ci aggiorniamo giovedì con il trentaseiesimo e tristissimo capitolo e a finire lunedì, con il trentasettesimo + epilogo. 

Maria xxx

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