Lasciami andare

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Magnus POV

"Magnus. Magnus, per Raziel! Rispondi! Cosa diamine è successo?" Jace era furente.

La rabbia mascherava la paura che provava. Mi strattonava per il colletto del pigiama e io lo lasciai fare. Ero troppo scosso, il cervello che riproponeva la scena ancora e ancora senza darmi tregua.

"Magnus ti prego ' i suoi occhi erano supplicanti. Voleva sapere e ne aveva tutto il diritto ma la mia mente non accennava a collegarsi alla bocca dandomi la forza di rispondere' mi sveglio nel pieno della notte, madido di sudore, terrorizzato, una fitta di dolore al fianco che mi ha fatto cadere dal letto e poi un senso di vuoto opprimente, non riuscivo a respirare... e ho il sacrosanto diritto di sapere che cosa sia successo!" aveva cominciato a scuotermi, la testa mi ballonzolava avanti e indietro seguendo il ritmo dei suoi strattoni.

"Almeno dimmi dov'è" mi lasciò andare e mi afflosciai senza forza contro lo schienale del divano.

"In camera" esalai come un ultimo respiro. Lo avevo riportato a casa di peso e lo avevo adagiato sul letto non sapevo cosa fare e come un codardo sono scappato rifugiandomi in soggiorno dove mi aveva sorpreso Jace entrando facendo sferragliare le chiavi. Non le avesse avute avrebbe sfondato la porta. Niente lo avrebbe trattenuto dalla verità, dalla voglia di sapere nonostante il terrore di apprendere che le sue paure più recondite fossero diventate realtà.


Mi fissò con astio, voltandomi le spalle per dirigersi dove gli avevo indicato

"Dovevi restare con lui." Era un'accusa che io incassai senza replicare.
Lo sapevo, lo sapevo bene.
Abbassai lo sguardo concentrandomi sulle dita che non riuscivano a stare ferme, torturandosi a vicenda.

"Oh Raziel! Alec!" alzai lo sguardo fissando la scena, Jace stritolava il "mio" corpo, non aveva neanche la possibilità di vedere il suo volto, di abbracciare il suo corpo. Affondava il volto nella sua spalla, gli accarezzava i capelli. Non lo avevo mai visto così fragile. Il cuore di pietra sciolto in un abbraccio fraterno.

"Jace ehi, calmati. Sono qui" Alexander ricambiò l'abbraccio. Adesso era lui ad accarezzagli i capelli biondi.

"Pensavo che tu fossi..." lo allontanò per guardarlo in faccia e poi tornò a stringerlo. Non lo credeva vero, doveva toccarlo, sentirlo, constatare che la sua mente non gli giocasse brutti scherzi. Alec lo lasciò fare, poteva prendersi tutto il tempo che voleva.

"Dovete darmi delle spiegazione, tutti e due!" aveva sciolto l'abbraccio ma non riusciva a distogliere lo sguardo da lui, il timore che anche un solo battito di ciglia lo avrebbero fatto sparire.

"Siediti Jace. Vuoi qualcosa da bere? Un tè?" scintille blu e tre tazze di tè fumante apparvero sul tavolo in mezzo a noi. I due cacciatori si erano seduti Alec al mio fianco e Jace sulla poltrona di fronte a noi. La mia mente tornò per un secondo a due giorni prima, quando eravamo io ed Alec ad aver bisogno di spiegazioni l'uno dall'altro e Jace come garante dell'ordine aveva cercato di fare chiarezza conducendo il gioco. La tensione era la stessa che si respirava nella stanza in questo momento nonostante il motivo fosse completamente differente.

"Alec ti prego non comportarti come se non fosse successo nulla!" era una maschera di freddezza.

Alec cercava di stemperare la tensione ma dal tono tutt'altro che amichevole del biondo afferrò la tazza di tè fumante e la strinse tra le dita rassicurato dal calore che emanava. I suoi occhi si persero a guardare qualcosa che solo lui riusciva a vedere. Forse cosa lo aveva portato ad arrampicarsi in piena notte sul cornicione del palazzo in cui vivevo oppure qualche ricordo passato tornato a tormentarlo. La sua espressione agì come una scossa in me. Mi ripresi, scongelato da quel torpore. Non sapevo la motivazione del suo gesti ma potevo spiegare cosa avevo visto.

"Mi sono svegliato nel cuore della notte, Alexander non era al mio fianco. Ho chiamato il suo nome ma niente poi un rumore ha attirato la mia attenzione. Veniva dal tetto. Sono corso fuori e lui era lì, non diceva una parola, se ne stava semplicemente lì a due passi dal cornicione. Lo chiamai non capendo cosa stesse facendo, mosse un passo, lo chiamai di nuovo, ne fece un secondo e poi l'ultimo. Ho capito che il passo successivo sarebbe stato l'ultimo. Ad affermarlo solo il vento che l'avrebbe accompagnato nella caduta. Sono corso verso di lui, gli ho afferrato il pigiama, non voleva fermarsi, mi è scivolata la presa ma gli ho afferrato il polso. Non lo avrei lasciato andare per nulla al mondo ma lui continuava a dirmi di lasciarlo andare, doveva sapere, doveva vedere, dovevo lasciarlo andare. Si era come risvegliato, dimenandosi cercando di liberarsi dalla mia stretta ma come ho detto, non lo avrei lasciato per nulla al mondo!' feci una pausa, dovevo riprendere fiato. Afferrai la tazza di tè ancora fumante e ne bevvi un sorso. Sentire il liquido caldo scendere nello stomaco e dare sollievo alla gola secca come cartavetro mi rincuorò. Ripresi il racconto ' l'ho afferrato meglio, con entrambe le mani e l'ho allontanato il più possibile dal bordo strattonandolo verso l'interno. Appena ha messo piede sul tetto ha smesso di muoversi, di opporre resistenza e mi è rovinato addosso sotto la spinta dell'ultimo strattone. Non si muoveva, svenuto. L'ho scosso disperato cercando di farlo rinsavire ma non accennava a svegliarsi, non sapevo cosa fare e così l'ho riportato in casa, l'ho steso sul letto e poi sei arrivato tu." Non avevo altro da dirgli. Non avevo altre spiegazioni da dare anche perché in realtà non avevo le risposte, tante domande ma poche risposte.
Perché lo aveva fatto?
Cosa gli era successo?
Cosa aveva visto?
Per cosa si sarebbe buttato giù da un palazzo?

"Tuo padre" Alec sembrò riemergere dalle tenebre un cui era caduto.

Uno scambio inaspettato // MalecLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora