24.

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Lidya non era a letto quando Steve si svegliò di soprassalto, quella notte. Non sapeva cosa lo avesse svegliato, ma non vedere la donna lì accanto a lui gli mise ansia. Era tutto così strano in quel periodo, ed era proprio a quel momento un po' così che attribuiva la colpa di quell'angoscia che gli attanagliava lo stomaco. In battaglia durante le missioni, ma anche a casa, quando tornava e si metteva a letto accanto a Lidya. La guardava dormire, con le labbra leggermente dischiuse, i capelli sparsi sul cuscino come una macchia castana, la pelle chiara e liscia che rabbrividiva al suo tocco, anche quello più leggero.

Molte volte se ne stava lì, sdraiato a fissarla, senza chiudere occhio, quasi come se avesse paura che se li avesse chiusi, una volta riaperti lei sarebbe sparita. Come era successo a Bucky, come era successo a Peggy. Il suo sguardo si spostò in direzione delle mensole sulla parete destra, scorse le foto ordinate lì sopra: foto del suo passato, del suo presente. Se solo avesse potuto dare uno sguardo al futuro...

"Hey" gli sussurrò Lidya entrando nella stanza e raggiungendo il letto. Con addosso quel suo pigiama rosso e blu sembrava una ragazzina. "Stai bene?" gli chiese sedendosi a gambe incrociate di fronte a lui.

Steve annuì appena, si allungò di lato per accendere la lampada e lontano dallo sguardo nocciola della donna deglutì a vuoto. "Mi sono svegliato, non so perché."

Lidya gli passò una mano tra i capelli, poi la fece scendere sul viso, sulla barba un po' cresciuta. "Hai avuto un incubo?"

"Non che io ricordi."

"Ma c'è qualcosa che non va, non è vero?" la donna si guardò per un attimo le mani, poi tornò a guardare lui. "So che sto lavorando molto ultimamente, forse non presto la giusta attenzione a quello che succede fuori dal mio ufficio, e mi dispiace per questo. Ma voglio che tu sappia che sono qui, che puoi sempre parlare con me. Di qualunque cosa."

Steve la fissò per qualche istante: gli occhi colpevoli, le labbra piegate in un sorriso triste. Lui era quello che passava settimane lontano da casa, coinvolto in missioni pericolose, senza la possibilità di telefonarle, di farle sapere che stava bene. Era lui quello che partiva dandole un bacio di addio travestito da arrivederci, e lei rimaneva in bilico, in attesa del suo ritorno o del ritorno degli altri... era lui quello che era assente, così tanto che quando due settimane prima le avevano sparato ferendola ad un braccio, gli ci erano voluti tre giorni per accorgersi che aveva una fasciatura e che prendeva degli antidolorifici.

Eppure era lei che si stava scusando, per cosa poi? Per amare il suo lavoro, per essere così brava nel suo lavoro da dover rimanere spesso fino a tardi in ufficio per risolvere problemi che altri non sarebbero stati in grado di risolvere?

Scuotendo poco il capo la prese tra le braccia per baciarla, e tenerla stretta gli ridiede la lucidità che quell'improvviso risveglio gli aveva tolto. "Non hai nulla di cui scusarti" le sussurrò poggiando la fronte sulla sua e chiudendo gli occhi. "Ma hai ragione, qualcosa non va. Anche se non so bene cosa."

"Posso aiutarti a scoprirlo?" Lidya si fece piccola tra le sue braccia, il viso poggiato sul suo petto. Poteva sentire il suo cuore martellare, il calore attraverso la maglietta. Come le sarebbe piaciuto poterlo toccare quel cuore, stringerlo delicatamente per placare ogni tormento.

"Credo che dovrò capirlo da solo."

"Lo capisco, davvero. Sappi solo che sono qui, se mai dovessi aver bisogno. Sono sempre qui. Sarò la tua spina nel fianco per il resto dei nostri giorni."

Steve ridacchiò. "La migliore spina nel fianco che potesse capitarmi" le sussurrò baciandole la fronte.

La donna si allontanò poco da lui, qual tanto che bastava per guardarlo negli occhi. "Anche se non posso aiutarti a scoprire cosa non va, posso aiutarti in un altro modo. Se me lo lasci fare."

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