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Era quasi ora di pranzo quando Lidya si decise a uscire dal suo ufficio. Sapeva che, a quell'ora, il piano sarebbe stato tranquillo, il che era quello che desiderava, visto che non aveva voglia di parlare con nessuno. Voleva solo prendersi un caffè e magari una barretta di cioccolato al distributore, poi ritornarsene nel suo ufficio a fingere di compilare scartoffie, mentre invece tutto quello che avrebbe fatto sarebbe stato rimuginare. Fece un grosso respiro prima di aprire la porta, le mani sistemarono istintivamente i capelli e poi lisciarono la giacca. Aveva deciso di prendersi un giorno di riposo dal lavoro sul campo, ma ricopriva una posizione piuttosto alta all'interno di quel posto, quindi doveva essere in ordine e non mostrare nessuna emozione, non se riguardava cose personali.

La prima cosa che la investì quando aprì la porta fu la luce accecante dei neon bianchi. Fuori aveva preso a piovere e le nuvole avevano oscurato il cielo, ma lei era rimasta quasi al buio, solo con la luce delle due lampade che aveva strategicamente piazzato agli angoli della stanza. Perché aveva mal di testa e perché il suo umore era nero proprio come quel cielo che vedeva attraverso la finestra.

Era stupido e lo sapeva... essere gelosa di una donna che oramai non c'era più, ma non poteva evitarlo. Non era il fatto che Steve ancora pensasse all'agente Carter, anzi credeva che fosse quasi normale. Quello che la feriva era che se l'uomo pensava a qualcuno capace di farlo stare meglio, di farlo stare bene, non era lei la prima della lista. E avrebbe tanto voluto esserlo.

Doveva parlarne con lui, lo sapeva, ma non credeva che quel giorno fosse il momento giusto per farlo. Avrebbe detto cose che non voleva dire, e la cosa sarebbe andata molto male. Poco prima aveva ricevuto un messaggio che la avvisava che gli Avengers erano stati chiamati per una missione improvvisa ma importate. A Detroit. Steve era stato molto vago, come sempre quando si trattava di lavoro. Le scriveva che sperava di tornare entro sera ma che non ne era sicuro e le prometteva che l'avrebbe tenuta aggiornata ricordandole che la amava.

"Anche io ti amo" aveva mormorato lei allo schermo, prima di uscire dal suo ufficio.

Nel centro della stanza, dove di solito le bastava guardare per trovare i suoi agenti e il suo partner alle rispettive scrivanie, vide Marina. Era seduta da sola e rigirava una forchetta di plastica in un contenitore di insalata. Sembrava preoccupata, o forse era solo sovrappensiero.

"Anche tu hai una giornata no?" le chiese raggiungendola e poggiandosi alla scrivania.

La donna respirò a fondo, si raddrizzò quasi si mettesse sull'attenti. "Non proprio."

"Stai male?"

"No."

"E allora che ci fai qui?" domandò Lidya guardandosi intorno, "credevo che odiassi stare alla scrivania quando c'è un caso da risolvere, sul campo."

Marina annuì senza convinzione. "Lo credevo anche io, ma ora penso che... penso che questo lavoro non faccia per me."

"Che intendi dire?"

"Ricordi la scorsa settimana quando abbiamo salvato quei bambini da quel trafficante di essere umani?"

"Sì, i due fratellini che teneva nascosti in una cassa di legno nel retro del furgone?" ricordò Lidya. "Che pezzo di merda."

"Loro" confermò Marina. "Piangevano e tremavano di paura e io non ho saputo cosa dire o fare per tranquillizzarli. Se non fossi arrivata tu non avrebbero mai smesso di piangere."

"Quindi? Solo perché non sei riuscita a dire le parole giuste credi di non essere tagliata per questo lavoro?" Lidya attese un istante, invitandola silenziosamente a controbattere. Marina non lo fece. "Marina, il nostro lavoro è proteggerli ed è quello che abbiamo fatto. Se non li avessimo trovati chissà dove sarebbero adesso. Non sta a noi tranquillizzarli o offrire loro un futuro migliore, per questo ci sono persone più adatte. Noi possiamo solo accertarci che ce l'abbiano quel futuro."

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