Non mi piaceva stare con la mia famiglia perché sarebbero partite sempre mille domande.
"Come va l'università? È bella Bologna? Hai fatto amicizia? La casa come va? Magari veniamo giù un giorno e ci ospiti, ci fai fare un giro". NO, NO e ASSOLUTAMENTE NO.
Non potete venire giù, non vi avrei ospitati, non vi voglio a Bologna, altrimenti me ne sarei stata qua. L'unico con cui sarei andata in giro per Bologna a visitare le strutture sarebbe stato Dario. Non va bene l'università perché l'ho mollata, non sarei diventata mai avvocato come papà o altro, mi dispiace. Come dicono i Pinguini Tattici Nucleari, "Sì, ma io non sono come te, di quello che sarò tu che ne sai. Sì, ma io non sono come te, vedi di non dimenticarlo mai." Inoltre, avevo fatto amicizia con i miei coinquilini e sei ragazzi (anche se non era vera e propria amicizia quella), conosciuti al bar dove lavoro perché almeno ho qualcosa da fare, visto che lasciato l'università.
Comunque, le risposte sono state più o meno "Certo, poi vi faccio sapere quando non ci sono i coinquilini e abbiamo un po' di spazio. Bologna mi piace molto (vero), vi porto in giro per tutta la città se venite giù (assolutamente non vero). L'università, per adesso, va bene, mi piace. Ho fatto amicizia con tante persone del corso, son simpatici tutti."
Penso che se fossi stata attaccata ad un lie-detector, lo avrei fatto esplodere.
Non è andata troppo male come pensavo, ma sto sempre meglio quando sono a Bologna.
Anche quando sono andata in ospedale da mio padre la situazione e le domande erano sempre le stesse. A parte tutto, mi dispiace fosse in quelle condizioni, soprattutto sapendo che lui fermo non ci sa stare e invece avrebbe dovuto per due mesi buoni.
Non avevo ancora il coraggio di dire ai miei che avevo mollato giurisprudenza. Certo, non avrei mai voluto dirglielo, ma lo avrebbero scoperto prima o poi. Più che altro non volevo dargli la notizia che la loro secondogenita era una fallita. Sicuramente avrebbero reagito male.
"Rebecca, che cosa vuol dire che hai lasciato giurisprudenza?" Mi chiede mia mamma dal nulla.
"Cosa!?" Ho iniziato a sudare freddo, ero visibilmente in panico. "Ma non è vero!"
"Sì che è vero, ho visto il tuo telefono e ti ho sentito che parlavi con un certo Ilario..." Okay, se prima ho detto che le uniche che sopportavo erano le mie sorelle, adesso non avevo dubbi che odiavo tutti. Sorelle minori impiccione, un classico. Di solito si utilizzano i ricatti, ma lei, invece, no, doveva spifferare tutto e subito. Che odio. Stupida sorella di 10 anni.
"A parte che si chiama Dario, poi non è assolutamente così."
"E chi sarebbe questo Dario? Guarda Rebecca che se devi andare a Bologna per fare la puttana, ti rimando da dove sei venuta. Non mi dire le cazzate!" Alzo gli occhi al cielo. Non sopportavo quando mia madre urlava, aveva una voce stridula che ti trapanava le orecchie.
"Ma la smetti? Ma tu sei fuori di testa! E tu." Mi giro verso Linda, la mia sorellina "Tu per me sei morta. Ti devi fare altamente i cazzi tuoi." La guardo veramente incazzata, furiosa.
"Allora è vero che hai lasciato giurisprudenza?" Mi chiede mia madre, più calma, ma evidentemente delusa.
"Guarda, ti risparmio la fatica. Sì, ho lasciato giurisprudenza, non mi piaceva. Mi voglio iscrivere a settembre a scienze della comunicazione. Dario è un ragazzo che ho conosciuto all'università, niente di più. Ti risparmio la fatica, me ne vado da sola, se volete smettere di mantenermi a Bologna, ditemelo così mi arrangio e in questo posto di merda non ci torno più, piuttosto vivo sotto un ponte a Bologna."
Non lascio tempo a nessuno di rispondere, preparo la valigia, ci metto dentro un po' di vestiti, prendo il resto delle cose essenziali e me ne vado via.
Durante il tragitto in treno ascolto una playlist di musica indie, il mood giusto per guardare intensamente fuori dal finestrino, come in un video. Peccato che non piovesse, altrimenti la scena era perfetta.
Mentre ascoltavo "1312" ho pensato a Dario, a quando, la sera del concerto, in macchina sua, mi ha detto che era una delle sue canzoni preferite di Willie Peyote. Ho spontaneamente sorriso.
Parli del diavolo e spuntano le corna, si suol dire.
Scendo dal treno e me lo ritrovo davanti.
"Ehi!" Mi sorride e sorprendentemente mi abbraccia pure, cosa che io non mi aspettavo.
"Ciao a te. Come mai qua?"
"Ho accompagnato mio fratello che doveva prendere un treno. Tu? Appena tornata?"
"Sì, per fortuna. Penso che non me ne andrò più." Rido nervosamente a questa affermazione, poi però, mi rendo subito conto che forse ho detto troppo e non avrei avuto voglia di spiegare.
"Perché? È successo qualcosa di grave?" Infatti.
"No, scusa. Non volevo farti preoccupare. Niente di che, ho solo detto ai miei che ho lasciato l'università. O meglio, mia sorella mi ha sputtanato perché ha sentito quando parlavo con te. E non l'hanno presa bene, almeno credo. Me ne sono andata subito."
"Perché? Non sarebbe stato meglio parlarne?"
"No, Dario. Fidati. È stato meglio così."
"Secondo me, sbagli. Dovresti parlare coi tuoi e spiegargli come stanno le cose. Non devi avere paura perché sono convinto che loro ti vogliono bene qualsiasi cosa tu faccia."
"No, Dario. Te lo ripeto, è stato meglio così, fidati di me."
"E io ti ripeto che dovresti affrontarli a quattr'occhi e chiarire questa situazione, altrimenti stai solo peggio."
"Senti, ma che diritto hai tu di piombare qui e dirmi cosa è giusto o sbagliato nella mia vita?" Mi stava facendo alterare.
"Hai ragione, Rebecca, ho sbagli..." Non lo lascio finire e riprendo a parlare.
"No, non hai nessun diritto. Non conosci così bene me, tanto meno la mia famiglia, non conosci mio padre, non conosci mia madre, non sai come sono le mie sorelle, non sai nemmeno quante sorelle ho, se ho fratelli, cosa ho e cosa non ho. Non hai diritto di mettere bocca su cose che non ti riguardano minimamente e non conosci per niente. Non puoi fare come ti pare solo perché sei un bel ragazzo e pensi che..." Non mi lascia finire di parlare. Sì, lo ammetto, mi aveva fatto alterare e avevo cominciato a parlare. Lui mi si avvicina mente sto ancora parlando e poggia le sue labbra sulle mie, lasciandomi totalmente di pietra.
Non so cosa fare sinceramente, non so se ricambiare o staccarmi per capire le sue intenzioni. Okay, siccome non credo questa cosa ricapiterà a breve, decido di ricambiare il bacio per qualche secondo e poi staccarmi. Sono visibilmente scossa.
"Scusa, non avrei dovuto, scusami, Rebecca..."
"Eh no, Dario. Prima di tutto, ti devi fare gli affari tuoi, seconda cosa, nonti devi azzardare mai a zittirmi con un bacio da film romantico adolescenzialee poi pentirtene subito dopo, perché non era quello che volevi fare." Lo stavo guardando accigliata, ero davvero furiosa, ci mancava lui a rovinare la giornata.
"La mia vita è già incasinata così, non ho bisogno di ulteriori problemi dal fuck-boy di turno che si sente in diritto di prendermi per il culo quando gli pare. Quelli come te mi stanno nel cazzo,altamente."
"Ma quelli come me, come, scusa?" Ha anche il coraggio di ribattere.
"Senti, ciao." Lo saluto e mi dirigo verso casa mia a piedi. Lui non cerca di raggiungermi ed è assolutamente meglio così.
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BOLO IN LOVE
Fanfiction[Fatti e personaggi sono ispirati alla realtà, ma questa storia è frutto di pura inventiva. Nessuna offesa o insulto sono stati intesi.] [Durante la lettura di questa storia è intuibile il fatto che mi piaccia l'indie, ma l'inserimento di frasi o t...
