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Mi svegliai all'alba, la sveglia sul mio comodino segnava le cinque e venticinque.
Certe mattine la voglia di tirare il lenzuolo sopra alla testa e richiudere gli occhi, magari per sempre, era tanta.
Ma nascondere la testa sotto le coperte non bastava a cancellare le cose brutte e infatti il ricordo di quello che era successo la sera prima mi fece rabbrividire; mio padre l'aveva fatto di nuovo, mi aveva picchiata un'altra volta.

Mi alzai lentamente dal letto e una fitta di dolore mi attraversò tutto il corpo costringendomi a stare immobile per qualche interminabile secondo.
Mi trascinai verso il bagno ed entrai in doccia; l'acqua calda che scorreva sul mio corpo, anche se per poco, riuscì a rilassarmi.
Sembrava che l'acqua, scivolandomi addosso, cancellasse la sensazione di inadeguatezza che provavo e soprattutto si portasse via i lividi. Ma finita la doccia, passando davanti allo specchio e osservando il mio corpo, gli ematomi erano ancora lì. Avevo un gran segno violaceo all'altezza delle costole, uno enorme sulla schiena e ancora riuscivo a scorgere vecchi lividi più piccoli disseminati su gambe e braccia.
Scostai in fretta lo sguardo per la vergogna.
Meglio così, si stava facendo tardi, dovevo correre al bar dove lavoravo e come se non bastasse era anche il primo giorno di scuola.

Non amavo passare le ore a prepararmi e in pochi minuti mi pettinai e mi truccai quel poco che bastava per essere almeno presentabile.
Presi i miei jeans preferiti, una t-shirt bianca e completai il tutto con delle All Star dello stesso colore.
Mi misi lo zaino in spalla, aprii la porta della mia camera il più silenziosamente possibile e altrettanto silenziosamente scesi le scale.
Sulla poltrona, in salotto, mio padre dormiva con una bottiglia quasi vuota di Whisky tra le mani.
Quello non era un padre, non che lo fosse mai stato, era un mostro.
Non era mai stato né molto affettuoso né tantomeno presente con me e mio fratello, ma era giustificato dal fatto che aveva creato dal nulla un'azienda che andava a gonfie vele e che con i suoi sforzi mandava avanti l'intera famiglia.
Aveva iniziato ad essere violento dopo la morte della mamma, prima non si era mai permesso di alzare le mani.
Dopo il funerale diventò ancora più freddo e distaccato come se dentro di lui non ci fosse più niente.
Sentii gli occhi pizzicare e a stento trattenni le lacrime.
Aprii la porta d'ingresso e me ne andai, lasciai dentro casa i brutti ricordi del passato per tornare ad un presente forse peggiore.

Mi aspettava l'ultimo anno di liceo e poi sarei stata libera.

Dear Mr. DavisDove le storie prendono vita. Scoprilo ora