Vertigini sott'acqua

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(G)

Un raggio di sole che entra dalla finestra mi sfiora la pelle e dopo essersi spostato sul mio corpo, si poggia sui miei occhi, costringendomi a svegliarmi.
Mi sento la testa pesante, credo di aver esagerato con il vino ieri, non bevevo da molto tempo e il mio stomaco non ha mai retto molto.
Faccio fatica ad aprire gli occhi, mi giro e rigiro nel letto, cercando di coprirmi per nascondermi da quel bagliore che mi sta bruciando addosso, ma sono costretta a svegliarmi e a ritornare a quell'apparente realtà che non mi resi conto di aver realizzato, fino a quel momento.

Mi sfioro le labbra con due dita, mentre apro gli occhi per fissare il soffitto bianco che mi sovrasta.
Un tocco che sembra proiettarmi in quel film che, la sera prima, avevo vissuto con lei, con Martina.
Un tocco che sembra colorare quel quadro che forse il sonno e l'alcool avevano sbiadito, dando forma e contorni a quella scena, sul terrazzo di quest'appartamento.
Un tocco che ha ancora il calore delle sue di labbra, che ora non vedo più, ma che riesco ancora a sentire, più forte che mai.
L'ho baciata, lo ricordo molto bene e l'alcol non è servito ad offuscare i miei sensi, perché sento ancora le sue mani sui miei fianchi e il suo respiro sulla pelle.
Ho una confusione in testa alla quale non riesco a dare ordine, il cuore non riesce a stare fermo e non riesco a darmi una risposta al mio gesto di ieri.
Ho paura, sono dannatamente terrorizzata.
Le farò male, ne sono sicura.
Le farò male, perché non potrò mai desiderarla e volerla come lei desidera e vuole me.
Perché, allora, ieri sera il mondo attorno a me si è fermato quando ho sentito i nostri corpi vicini, le nostre pelli sfiorarsi?
Non so, non so niente, forse ho tremendamente paura di sapere.

Vado verso il salone, vedo Martina addormentata sul divano, mi ricordo di come ieri sera si sia presa cura di me e di come mi abbia coperto per non farmi prendere freddo, mi ricordo di come sia stata anche rispettosa nel voler dormire lontana da me, sapendo che quel contatto impossibile l'avrebbe ferita.

Perché, Martina? Perché mi accorgo che accanto a te, non so più niente?
Non so perché il marrone dei tuoi è una calamita, non ho mai chiesto che succedesse.
Non so perché ora che ti vedo dormire, penso che tu sia bella.
Non so perché sfiorarti ora mi ricopre la pelle di scintille che rimangono lì tatuate, quando prima non chiedevo neanche un tuo avvicinamento.
Non so perché ti voglio vicina, quando ti ho tenuta a metri di distanza per mesi.
Non so perché stanotte avrei voluto che dormissi con me e non su questo divano scomodo e piccolo.
E non so nemmeno perché, ora che i tuoi occhi si sono schiusi, le farfalle da quindicenne che pensavo di aver perso col tempo sembrano volare libere nello stomaco, come se fino a qualche secondo fa fossero rimaste rinchiuse nel loro baco da seta, come se fossero uscite solo adesso perché mosse da qualcosa di forte.

Rimango ferma nei miei pensieri, fino a quando non sento la sua voce.

"Buongiorno, come ti senti stamattina? Ieri non eri proprio in te." mi chiede, con quella sua solita preoccupazione, con quella protezione che ha riservato sempre e solo nei miei confronti.

"Mi sento la testa pesantissima, credo di aver esagerato con l'alcol." le rispondo, non riesco nemmeno a guardarla negli occhi stamattina, non so come comportarmi di fronte a tutta questa novità.

Mi dirigo verso la cucina, che ovviamente è sempre a due passi da lei.
Mi preparo un caffè, lo stesso faccio per lei, sembriamo condividere anche le occhiaie in questo momento.
Mi accorgo solo ora che questo silenzio tra noi, che fino a un secondo fa mi stava logorando, viene interrotto da quella sua domanda.

"Te lo ricordi?" mi chiede, sta sussurrando e mi sembra che la sua voce tremi.

"Cosa?" le rispondo, so bene a cosa si riferisce, non ho il coraggio di risponderle, i pensieri hanno offuscato la mia mente e temo che qualsiasi parola possa uscire dalla mia bocca, possa ferirla.

"Gaia, guardami e dimmi che te lo ricordi, perché sono sicura che il sonno non te l'ha fatto scordare stanotte." mi dice, questa volta con un tono stizzito, so che questo silenzio la sta innervosendo.

"Si, Martina. Me lo ricordo." cedo, senza guardarla negli occhi, la paura mi divora in questo momento.

"Non faremo finta di niente, Gaia. Te lo dico." mi sputa addosso, avvicinandosi sempre di più a me, cercando il mio sguardo che però io non riesco a rivolgerle.

"Sapevo che te ne saresti pentita, ma non pensavo di non meritare neanche un tuo sguardo, una tua parola. Ti importa veramente così poco, Gaia?" continua a dirmi, stavolta il suo tono di voce si è alzato, so che sta soffrendo in questo momento.

"Scusami." è l'unica cosa che riesco a dire.

Non voglio farti male, Marti.
Preferisco fare del male a me, piuttosto che a te.

"Per? Per avermi baciata? Per averlo fatto più volte? Per cosa, esattamente?" mi chiede nuovamente, sento la sua voce scendere di qualche tonalità, sembra rompersi nell'aria in questo momento.

"Non lo so, Martina, non so niente. Non so il perché, non so perché con te, non so il perché di quel gesto, non so perché ora dopo che sono stata mesi con te, dopo che ho sempre saputo tutto quello che c'era da parte tua. Non so niente, non so rispondere a me stessa, non posso rispondere a te." confesso tutto d'un fiato, lasciando volare le parole nell'aria della stanza che, in questo momento, si sta facendo pesante.

"Dimmi che ti sei pentita." mi dice, questa volta con un tono sicuro, muovendo passi lunghi verso di me, i quali ora la portano più vicina.

Sono immobile, il mio cervello è appena andato in tilt, accompagnato dal cuore e dalle farfalle che sbattono dentro il mio stomaco.

"Dimmelo e guardami, Gaia." me lo chiede per l'ultima volta, alzando con due dita il mio mento in modo tale da far scontrare i nostri occhi.

Ed eccola di nuovo quella samba senza gravità che le mie gambe ballano ad ogni suo tocco.

"Non.. Non posso dirtelo, Marti." le rispondo, non riesco neanche schiudere le labbra per parlare.

"Non riesci a dirmelo perché sei una codarda, Gaia. Perché sapevi sarebbe stato così e non l'hai evitato. Perché ti sei presa il rischio, e io con te, ma non hai avuto il coraggio di ammetterlo. Però sono stanca, stanca di dover essere sempre io quella ad ammettere, stanca di doverti chiedere la verità, stanca di piangere di fronte ai tuoi occhi pentiti." mi sputa addosso queste parole una volta per tutte, prima di interrompere ogni contatto che aveva con il mio corpo e con la mia anima in quel momento.

Così mi lascia, correndo via, neanche dandomi il tempo di realizzare ciò che aveva detto, neanche dandomi il tempo di trovare una risposta a quelle sue parole che bruciano tutto, mente, cuore e persino le farfalle nello stomaco.

Non posso dirtelo, Martina, perché non è così.
Non posso dirtelo che mi sono pentita, perché lo rifarei altre mille volte.
E non posso dirti neanche questo, perché so che prima o poi ti farei del male, più di adesso.

Paura, fottuta paura, non avrei mai pensato che un giorno potessi allontanare i suoi passi dai miei.
Paura che non mi hai mai lasciato, ho imparato ad affrontarti, a tagliarti a pezzi, a sotterrarti sotto chili di sabbia per toglierti il respiro.
Ma la paura d'amare è un'altra cosa, non dipende più solo dalle tue gambe, è legata da un ponte all'anima di fronte a noi, la stessa che ci toglie il respiro.
Tu non mettere piede su questo ponte, trema e le mie paure ti verrebbero a cercare, avresti la sensazione di cadere nel vuoto sottostante, la stessa di chi soffre di vertigini sott'acqua, ma non te lo dice.
Amore e paura, queste due parole accostate mi tolgono il respiro: tu appartieni all'amore, io alla paura.

Bela Flor - BeltrozziLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora