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La settimana del "calore" di Kuroo passò in fretta.
Ovviamente Bokuto si alzava la mattina, dava il buongiorno al suo ragazzo, si vestiva e usciva, senza badare ai suoi genitori che lo sgridavano da dietro, e si chiudeva la porta alle spalle.
Tante volte, deve ammettere, si sarebbe accucciato per terra e si sarebbe depresso.
Tuttavia aveva un nuovo punto di riferimento: la casa dell'altro.
E sorrideva, sorrideva come un coglione, mentre gli andava a comprare la colazione e poi prendere il treno e poi il bus per citofonargli il campanello.
Se c'era Testurō, a Kōtarō non importava più niente degli altri. Tutti passavano in secondo piano, se c'era lui di mezzo.
La sorella ormai si era abituata quasi alla sua presenza, chiedeva solo di far piano e che la tazza di caffé del fratello era in cucina.
Così lui la prendeva e saliva dolcemente le scale, andando ad aprire piano la porta.
Subito l'odore lo invadeva, ed il canuto si tratteneva a stento nel seguire i suoi istinti.
Ahh quanto avrebbe voluto saltargli addosso di prima mattina! Con quel viso assonnato, i capelli arruffati e tutto stretto su sé stesso, era proprio uno spettacolo.
Con codesti pensieri si sedeva, mentre poggiava la colazione sul comodino, e svegliava il suo ragazzo, che subito gli sorrideva e lo trascinava a letto con lui.
Insomma, non che Kuroo non apprezzasse, ma finiva sempre per mettere la colazione in secondo piano ai suoi bisogni primoldiali: il sesso.
Anzi, non il sesso: quello era veramente animale, senza sentimenti.
Loro non scopavano, loro facevano l'amore: a volte più aggressivo di altre, ma sempre facevano capire all'altro il loro amore.
E questo non faceva che renderli uniti.
Uniti in amore, beh si, ma non uniti in una vera famiglia.
«Non sono d'accordo i tuoi?» chiese ogni tanto Tetsurō, mentre appoggiava la testa sul petto del suo ragazzo.
Kōtarō si morse il labbro. «Ma no, tranquillo, va tutto bene, lo accetteranno con il tempo.».