Capitolo 30 (Piccoli passi)

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Metà Marzo
Becky

Un mese. Era già passato un mese da quella sera in cui io e Theo avevamo finalmente parlato. Un mese che sembrava volato via in un battito di ciglia, ma che, al tempo stesso, mi era sembrato lungo come un anno. Ogni giorno di questa nuova fase mi aveva portato più chiarimenti, più consapevolezza, ma anche un bel po' di sfide da affrontare.

Ricordo ogni dettaglio di quella conversazione come fosse ieri: la mia mente frenetica, il cuore che sembrava voler uscire dal petto, la tensione che mi stringeva lo stomaco. Ogni parola, ogni respiro, ogni piccolo movimento di Theo erano così incisivi che sembrava che il tempo stesso si fermasse per permetterci di affrontare finalmente quella verità che da troppo tempo era rimasta nascosta.
Non avevo bisogno di giri di parole. Quello che sentivo doveva essere detto, e lo dissi con una sincerità che mi liberò più di quanto avrei mai potuto immaginare. Era come se una parte di me fosse stata intrappolata per troppo tempo e, finalmente, avesse trovato il suo respiro. Non c'era niente di più vero e semplice da dire: "Sono confusa, ma ti voglio nella mia vita".

E Theo, come sempre, aveva capito. Non mi aveva mai giudicata, nemmeno quando gli avevo messo di fronte le mie paure, i miei dubbi, il peso di un passato che ancora mi seguiva come un'ombra. Aveva ascoltato in silenzio, con quella calma che mi dava sollievo, e mi aveva offerto ciò di cui avevo bisogno: pazienza, comprensione e un'opportunità per fare le cose con calma, senza fretta. Non avrei potuto chiedere nulla di meglio.

Le settimane successive erano passate in un turbinio di piccoli passi, di progressi che sembravano quasi invisibili, ma che avevano costruito qualcosa di solido. Ci eravamo conosciuti, esplorando insieme la nostra complicità, ma anche le nostre paure. Mi raccontò della sua infanzia, delle cicatrici che portava con sé, e io gli raccontai delle mie, delle mie solitudini e dei miei sogni, di come il mondo mi era sembrato difficile da affrontare, eppure lo stavo facendo. Non ero sola.

Le serate trascorrevano veloci, senza sforzo. Era incredibile come il tempo con lui fosse tanto naturale. Non c'erano forzature, solo due persone che si stavano scoprendo a poco a poco, senza pretendere nulla. Era come se il nostro legame si fosse costruito su piccole cose, senza clamore. Passavamo ore a chiacchierare tra una cena e l'altra, oppure a stare sul divano, silenziosi, mentre il mondo fuori andava avanti. Non c'era nulla che avessimo bisogno di fare o dire. Tutto si componeva da sé, con una semplicità che mi tranquillizzava.

E poi, un giorno, ci siamo guardati e ci siamo resi conto che eravamo già insieme, senza bisogno di dirlo ad alta voce. La nostra unione non fu mai un colpo di scena drammatico. Era più un respiro che avevamo preso insieme, come se fosse sempre stata lì, come se fosse sempre stata quella la strada giusta.

Non c'era da stupirsi che la prima persona con cui dovessi parlare di tutto fosse Lily. Non avrei mai potuto tenere segreto qualcosa di così importante da lei. E quando le raccontai, la sua reazione fu tanto entusiasta che mi strinse in un abbraccio che mi tolse il respiro. C'era una forza in lei che riusciva sempre a sollevarmi, e quella notte mi fece sentire come se avessi trovato finalmente il mio posto.

"È fantastico, Becky! Finalmente!" urlò, non dando nemmeno il tempo di finire la frase. Poi, con il suo tipico spirito giocoso, aggiunse: "Ma fate attenzione... tengo d'occhio entrambi!" La sua battuta mi fece ridere e non ci volle molto prima che anche lei scoppiasse in una risata fragorosa. Quella risata mi riempì il cuore. Sapevo che il nostro legame non era solo amicizia: era una complicità che mi dava la forza di affrontare tutto.

Lily non perse tempo. Decise che dovevamo festeggiare, e quando Lily decideva, nessuno la fermava. Mi trascinò in un bar jazz che conosceva bene, un posto che sembrava uscito da un'altra epoca, con luci soffuse e la tromba che suonava malinconica, come se stesse raccontando una storia solo nostra. Non potevo dire di no.

Mi vestì con un abito nero, attillato, che mi faceva sentire elegante ma anche audace. Lei, con il suo solito stile, scelse un abito bordeaux che la faceva sembrare ancora più viva. Eravamo due regine della notte, e lo sapevamo. Siamo uscite in un turbine di risate, ballando senza sosta, cullate dalla musica che sembrava uscirci da dentro. Quella serata, quel jazz che avvolgeva ogni angolo del locale, ci aveva rapito.

Non mi importava di nulla: i problemi, le ansie, le incertezze. Lì, con Lily al mio fianco, esistevamo solo noi, il momento, la musica e l'euforia della notte. Quando decidemmo che era tempo di tornare a casa, le strade erano deserte, e la risata di Lily riecheggiava nelle notti di marzo. Camminavamo fianco a fianco, i tacchi che risuonavano sull'asfalto come una melodia che non volevo finisse mai.

La notte si concluse con la solita complicità: Lily che indossava il mio pigiama, troppo grande per lei, e io che ridevo di nuovo, mentre ci sdraiavamo sotto le coperte. Non ci furono parole, solo silenzio, ma un silenzio che sapevo carico di tutto. Il mio cuore si era calmato, il mio spirito era più leggero, e mi addormentai con il sorriso di chi sa che la vita, a volte, ti regala tutto ciò di cui hai bisogno: pazienza, amore e, soprattutto, amicizia.

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