Capitolo 27 - Un bacio sotto le stelle

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Lasciai cadere quella fotografia come se fosse in fiamme

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Lasciai cadere quella fotografia come se fosse in fiamme. Ritrassi la mano, serrandola a pugno, come se mi fossi scottata. Pregai che Vega, alle mie spalle, non avesse visto nulla.

Solo allora capii che, se fino a quel momento avevo evitato di chiedergli di Yelena, non era perché credessi davvero che non fosse pronto a parlarne; la verità era che non ero io a esserlo.

Vederla in quell'immagine, con quel sorriso di cui conservavo solo un ricordo sbiadito dal tempo, mi aveva rigettata nel dolore.

Ci erano volute due settimane dalla sua morte perché i miei genitori trovassero il coraggio di dirmelo, ma ancora riuscivo a sentire le mie urla, il cuore squarciato e le gambe che cedevano.

Mi sentii così anche lì, in mezzo alla camera da letto di Vega, accanto a colui che fino a poco prima avevo creduto essere il suo assassino. Il ragazzo a cui mi ero presentata con un altro nome, a cui avevo nascosto la mia identità. Colui che, pur non essendo — o almeno così credevo — l'autore materiale di quel delitto, doveva sapere molto più di quanto potessi saperne io su quella notte.

«Yelena», sussurrò, a pochi millimetri dal mio orecchio.

Mi gelai.

Restai senza forze.

«Boobs te ne ha parlato?», aggiunse.

Ero certa che quello fosse un modo per aprirsi, per raccontarmi qualcosa di sé che non aveva mai condiviso con nessun'altra. E se per qualunque altro argomento ne sarei stata felice, su quello non ero pronta ad ascoltare.

«Appena», dissi con un filo di voce.

«Non ne parliamo mai», sospirò, «è morta.»

Non so se faticai più io a sentirlo o lui a dirlo.

Non avevo mai immaginato che il suo dolore potesse assomigliare tanto al mio.

«Era lei che pensavi di amare?»

Mi voltai verso di lui, e nei suoi occhi scuri intravidi le lacrime.

Sperai che i miei non mi tradissero allo stesso modo.

«Una parte di me l'amerà per sempre, ma solo perché ormai non c'è più. Se fosse ancora qui, se in quel maledetto aprile di due anni fa il suo cuore non avesse smesso di battere, ora ci odieremmo. Ci tollereremmo a malapena. Ma Dio solo sa quanto avrei preferito quell'epilogo a ciò che è accaduto.»

Il suo dolore era reale, la disperazione tangibile. Non stava recitando. Quello che diceva, e il modo in cui lo diceva, era la cosa più vera che gli avessi mai visto provare.

«Perché conservi questa fotografia?» La osservai di nuovo, indugiando forse un po' troppo su quella figura misteriosa accanto a lei — una figura a cui, senza esitare, avevo dato un nome: il mio.

«Me l'ha data lei, tre mesi prima di morire... E io l'ho portata qui perché questo è l'unico posto al mondo in cui sono davvero me stesso. È l'unico luogo che racconta la mia storia meglio di quanto potrei mai fare io, perché l'ha vissuta insieme a me. Yelena avrebbe dato tutto per essere qui, oggi. Per sedersi a tavola con la mia famiglia. Per guardare le stelle sotto il mio cielo.»

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