Capitolo 42 - L'ultimo atto

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Non riuscii a godermi appieno il tempo trascorso con mamma e in compagnia di Sunny, perché il pensiero rimase fisso su mio padre

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Non riuscii a godermi appieno il tempo trascorso con mamma e in compagnia di Sunny, perché il pensiero rimase fisso su mio padre. Quando l'avevo sentito, nella sua voce c'era un velo di sofferenza così intenso da farmi temere che potesse compiere un gesto simile a quello che, anni prima, aveva segnato la fine di Yelena.

Non dissi nulla agli altri, non volli condividere le mie preoccupazioni. Eppure, anche mentre sorridevo e, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sentivo a mio agio accanto a mia madre, avevo la costante sensazione di dover controllare l'orologio e affrettarmi per raggiungerlo.

Presentai Vega a Selene, e lei lo accolse senza alcun riferimento al passato. Le fui grata, perché davvero il mio intento era quello di distaccarmi da ciò che era stato, cancellando le bugie che mi erano state inculcate — a cui io stessa avevo finito per credere — per andare avanti, accettando l'amore che provavo per lui e quello che lui provava per me. Volevo guardare a un domani che, pur incerto, ci vedeva insieme, l'uno accanto all'altro.

Ci congedammo quasi all'ora di pranzo. Non ci fu bisogno di dire molto nell'abitacolo, dove eravamo rimasti soli, dopo aver lasciato Dean a New York. Il viaggio proseguì tranquillamente, continuando a tenerci per mano, come già all'andata, ma con una strana serenità che aleggiava su di noi. Serenità fittizia, vista la mia inquietudine all'idea di incontrare mio padre.

Perché, in effetti, se mia madre mi aveva distrutta andandosene, mio padre mi aveva distrutta restando. E c'era una grande differenza. Di mia madre avevo imparato a fare a meno; da mio padre, invece, mi sentivo plagiata al punto da essere diventata dipendente dalla sua presenza.

«Lo sai che The Ballad of Nameless Man, Elle l'ha scritta per me?», disse. Non mi ero neanche accorta che la musica fosse accesa, né tantomeno che stessimo ascoltando proprio quella canzone.

Mi voltai verso Vega con lo sguardo distratto di chi, troppo preso da sé stesso, aveva ascoltato poco di quanto detto dall'altro.

«Ah... davvero?», risposi. In effetti, quella canzone sembrava proprio parlare di lui, ma non avrei mai creduto che un'ipotesi simile potesse corrispondere alla realtà.

«Elle è la figlia di Lyra», lo disse proprio mentre stavo sorseggiando un po' d'acqua da una bottiglietta. Il risultato fu che sputai l'intero sorso sul cruscotto.

«Che?», aggrottai la fronte in modo poco elegante, «sono scioccata», aggiunsi, «tu sei lo zio di ElleR?» Feci due conti, ricostruendo la parentela che li univa.

«Ebbene sì», confermò, «ma non devi dirlo a nessuno. È una storia complicata, molto più di quanto immagini. Ci sono cose che non posso dirti, argomenti di cui non posso renderti partecipe neppure se lo volessi. È una storia che possono raccontare soltanto i diretti interessati, e io non mi sostituirò alla loro voce, come loro, a tempo debito, non mi hanno sottratto la mia. Ma ci tenevo che tu lo sapessi, perché ci sono persone che fanno parte della mia vita, viaggi che spesso intraprendo, momenti in cui non capirai alcune cose... ma questa è la mia famiglia. Niente è come sembra», si fermò a un semaforo rosso, potendosi voltare verso di me, «quando tutto questo sarà finito, voglio portarti nella mia vita, farti conoscere altre persone che contano tutto per me. Voglio che tu passi del tempo con Lyra, con Grace — che sì, è il vero nome di mia sorella — e con tutti gli altri Weiss. Tranne mia madre, ovviamente... lei è l'unica che dobbiamo tagliare fuori», mi accarezzò piano il viso, giocando con una ciocca di capelli biondi che, disordinata, mi era sfuggita dalla coda di cavallo, «io voglio stare con te, Dawn», si bloccò, «vuoi ancora che ti chiami così?»

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