Epilogo (2)

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Sin da quando ero bambino ho sempre avuto difficoltà a dormire

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Sin da quando ero bambino ho sempre avuto difficoltà a dormire. La notte era il mio momento preferito della giornata, e non riuscivo a chiudere occhio per paura che, quando li avrei riaperti, le stelle sarebbero scomparse dal mio cielo; al tempo stesso, però, il giorno era il mio nemico, così come lo era delle mie sclere, che proprio non volevano abituarsi a quel grigiastro che viene fuori quando proviamo a chiudere gli occhi ma una forte luce ci è puntata dritta in faccia.

Ecco, era esattamente ciò che mi stava accadendo in quel momento. Ero stanco, avrei voluto con tutto me stesso dormire e, per quanto per forza di cose mi fossi abituato alla luce del mattino, non riuscivo proprio a riposare. 

Quel grigio, con il tempo, era diventato uno dei miei colori preferiti, perché dettato dall'unione della notte e del giorno, del mio blu scuro contro il rosso aranciato di...

«Lo so che sei sveglio», non sobbalzai a udire quelle parole improvvise nel silenzio assordante di quel luogo, perché, anche se non potevo vederla con gli occhi, io la sentivo con il cuore e sapevo che era lì.

«Sei tornata presto», schiusi piano piano le palpebre, per non rimanere accecato dalla luce, «ciao amore», le sussurrai, una volta che il suo volto si compose nitido. Era bellissima, anche con le sue occhiaie profonde, con il trucco sbavato e con i capelli legati, spettinati, con qualche ciocca ribelle che le sfuggiva sul viso.

«Ciao», si accucciò accanto a me, modellando il suo corpo — non proprio esile — nello spazio vuoto della poltrona su cui ero seduto. Si strinse a me il più possibile, per incamerare il mio calore sul suo corpo. C'erano mille gradi lì dentro, ma lei, malgrado il costoso impianto di riscaldamento, aveva sempre freddo.

«Guarda che bell'alba», aveva il volto completamente rivolto verso l'alto. Ormai avevo fatto l'abitudine a diventare invisibile ai suoi occhi quando quella flebile luce faceva capolino nel mio cielo scuro, «l'alba a Londra non è bella quanto lo è qui», disse, accarezzandomi l'avambraccio, per poi abbassare lo sguardo per pochi secondi e stamparmi un dolce bacio.

«L'alba è bella solo quando la vedo riflessa nei tuoi occhi», risposi, sincero. Avevo odiato per tutta la vita l'aurora e, sin da quando l'avevo conosciuta, invece, avevo iniziato sempre più a fare spazio dentro di me per quella luce che per troppo tempo avevo considerato troppo accecante per le mie sclere.

«Ruffiano», mi rivolse la linguaccia, «sei pronto a condividere la nostra storia con il mondo intero?»

Si abbassò nuovamente, rivolgendomi una di quelle sue occhiate che dicevano più di mille parole.

«Lo sapevo», sentii la felicità travolgermi completamente, «quello che scrivi, il modo in cui lo fai, è troppo profondo per restare in fondo a un cassetto. Tutto il mondo deve conoscere Keira Dawn Bennet e deve sapere che, malgrado tutto — malgrado tutte le sofferenze, l'odio, la verità che era menzogna agognata a ogni costo, malgrado tu abbia perso te stessa per poi faticare a trovarti, malgrado la morte di Yelly, la tua malattia, l'esserti innamorata del tuo più grande nemico — malgrado tutto, Keira Dawn Bennet ce l'ha fatta. Ha messo tutta se stessa, tutto il suo cuore e il suo immenso coraggio nel libro più totalizzante che io abbia mai letto, e sfido il mondo intero a non apprezzarlo», la strinsi a me forte, come avveniva da undici anni, come mai avevo smesso di fare.

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