Capitolo 28 - Se sono dentro di te

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«Ho un'idea», sussurrai, tra uno schiocco di labbra e l'altro

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«Ho un'idea», sussurrai, tra uno schiocco di labbra e l'altro.

Mi staccai da lei, sentendomi improvvisamente orfano delle sue braccia, e mi avvicinai alla poltrona dimenticata nell'angolo della stanza.

Quando eravamo bambini, Lyra ci si sedeva per raccontarmi le storie. Ora, avrei usato quella stessa poltrona per intenti meno innocenti, ma forse altrettanto virtuosi.

La trascinai accanto alla finestra e spalancai le persiane.

«Vieni», dissi con voce ferma, cercando di farne un ordine più che un invito.

Lei obbedì senza esitare e, dopo che mi sedetti, si inginocchiò davanti a me.

«Vuoi guardare le stelle?», domandò mordendosi il labbro inferiore.

«Voglio guardare le mie due cose preferite: il cielo trapunto di stelle... e te.» Le afferrai la nuca e tornai a baciarla.

Mi spinse all'indietro, le mani premute sul mio petto, fino a farmi appoggiare contro lo schienale.

Con un gesto deciso afferrò i lembi dei miei pantaloni e delle mutande, sfilandoli fino a lasciarli cadere sul pavimento, dimenticati come il resto del mondo.

Sorrise vedendo il mio pene eretto, così vicino ai suoi occhi accesi di desiderio.

Non so quale incantesimo mi avesse lanciato, ma per Dawn stavo perdendo ogni controllo. Mi sentivo un ragazzo inesperto, disarmato tra le sue gambe.

«Vega non c'è?», chiese, iniziando a leccare lentamente la base del mio sesso.

«No», risposi con voce roca. «Si vede solo d'estate», aggiunsi, mentre la sua lingua si faceva più audace, più insistente.

«Peccato», sussurrò con un gemito. Mentre parlava, le arpionai un seno, facendolo scivolare fuori.

«Stasera i miei occhi sono solo per le tue tette», biascicai a fatica, mentre la sua bocca prendeva sempre più ritmo intorno al mio cazzo.

Lo sentivo turgido e pulsante tra le sue labbra umide.

Lo prendeva tutto senza difficoltà, fino a farmelo sbattere contro le tonsille.

Mi aggrappai anche all'altro seno, iniziando a giocare con i capezzoli: li stringevo tra indice e pollice con una presa sempre più decisa, proprio come piaceva a lei.

Lei non si fermava. Mi leccava l'intera asta, indugiando sulla cappella, già lucida del mio liquido.

Nel frattempo, la notte trapunta di stelle mi osservava, e lampi lontani sembravano volermi reclamare.

Persino l'oscurità era gelosa della luce che Dawn sapeva sprigionare.

Il cielo iniziava a schiarirsi, e il mio respiro si faceva più corto, più irregolare, ogni volta che la sua bocca affondava fino alla base, per poi risalire lenta.

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