Capitolo 32 - Demoni

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Mi svegliai qualche ora dopo, ancora con quella sensazione di dolore e indolenzimento nel corpo

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Mi svegliai qualche ora dopo, ancora con quella sensazione di dolore e indolenzimento nel corpo. Mi morsi la lingua e svegliai Wes per andare a lezione di Letterature comparate. Nonostante non mi sentissi bene, decisi comunque di presentarmi all'università, per non perdere una delle lezioni più importanti del corso.

Wes fu amorevole: mentre facevo la doccia, preparò persino la colazione, per poi rassegnarsi tristemente all'idea che non avrei mangiato nulla.

Il mio corpo sembrava ribellarsi.

Era passato troppo tempo da quando avevo fatto caso a ciò che ingerivo, e reintrodurre alcol e fumo non era stata la scelta migliore che potessi fare. Tuttavia sperai che quel dolore fosse passeggero e, a denti stretti, mi presentai in aula. Ci sedemmo vicini, sotto lo sguardo indagatore di Ley, che però, stranamente, non ci bombardò di domande, nonostante trovasse molto strano che fossimo arrivati insieme e che Wes mi avesse insolitamente sfiorato la mano quando ci eravamo seduti.

Al termine della lezione avrei dovuto fermarmi con loro in biblioteca, ma la nausea diventava sempre più insopportabile e quel dolore, che non potevo alleviare con nessun antidolorifico, rischiava di farmi impazzire.

Mi distesi a letto, strinsi le gambe e cercai di assecondare quei crampi fortissimi, provando a muovermi come una donna che spinge durante il parto. Erano diversi dal solito, però: c'era qualcosa di più intenso, più forte nel modo in cui mi sconquassavano in due.

Provai a dormire con una borsa dell'acqua calda sul ventre, ma ero troppo agitata per riuscirci. Ringraziai che Cece avesse una giornata piena di lezioni e che, come al solito, fosse impegnata nei suoi traffici illegali; se mi avesse vista così, avrebbe senz'altro capito e si sarebbe preoccupata.

Non sapevo a quanti Yelena avesse parlato della mia condizione, ma avevo cercato di tenerla il più possibile segreta. Del resto, quel giorno lei avrebbe dovuto prendere un aereo per raggiungermi, e la possibilità che ne avesse parlato era troppo alta.

Mi preparai a passare una giornata d'inferno completamente in solitudine, e così fu, almeno fino a quando mio padre, Roy Bennett, dopo settimane di silenzio, decise di chiamarmi.

Odiai il suo tempismo, ma decisi di non parlare troppo: ascoltai, ma proferii parola il meno possibile, o almeno quanto più mi fosse possibile, perché sapevo che, per quanto fosse ubriaco dall'altra parte della cornetta e avesse perso ogni traccia del padre che era stato, si sarebbe comunque accorto che non stavo bene.

«Dawn», chiamò quel nome che un tempo aveva odiato, «come stai?», domandò, come se gli importasse davvero.

«Bene, tu?», mi schiarii la voce, rivolgendo quell'interrogativo che non si nega nemmeno agli estranei.

«Me la cavo. Come vanno le cose lì? Sei scomparsa e ho aspettato che fossi tu a farti sentire... Mi sono preoccupato», come se fosse davvero possibile provare qualcosa con tutto l'alcol che gli scorreva al posto del sangue.

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