Capitolo 35 - Complementari

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In una dicotomica divisione tra il bene e il male, tra gli spacciatori buoni e quelli senza scrupoli, i locali che frequentavamo insieme a Mac si guardavano bene dal collocare i nostri privé l'uno di fronte all'altro

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In una dicotomica divisione tra il bene e il male, tra gli spacciatori buoni e quelli senza scrupoli, i locali che frequentavamo insieme a Mac si guardavano bene dal collocare i nostri privé l'uno di fronte all'altro.

Sapevano che era meglio tenerci divisi, altrimenti avremmo finito per scannarci, e il probabile motivo scatenante di quella sera era proprio lì davanti ai miei occhi.

Dawn era entrata nel locale da sola, con un vestito che sembrava quasi indossare lei, tanto era diventata magra, e per abitudine, o forse perché il cuore la spingeva in quella direzione, si era voltata appena varcata la soglia verso di noi. Poi, quando aveva capito di aver guardato dalla parte sbagliata, aveva fatto dietrofront, andandosi a sedere sulle cosce di quel nulla vivente di Wes. Ciondolava da una parte all'altra sulle sue gambe, mentre la gente acquistava droga scadente da Mac invece che da noi, e il fratello minore ruotava le spalle dalla parte opposta pur di distrarsi da quello spettacolo rivoltante. Infatti, se i nostri clienti erano riprovevoli, i suoi erano davvero i peggiori.

Continuai a osservarli dall'altro capo della stanza, mentre strisce di cocaina, pasticche ed erba mi passavano accanto. Ero così distratto che i miei amici avevano smesso persino di chiedermi di prendere qualcosa per loro. Ero lì per lavorare, ma non stavo facendo nulla, se non osservare quella ragazza che aveva tinto il mio cielo d'arancio, pronta a sporcare con i suoi colori qualcun altro.

Duha ci provava; malgrado tutto non aveva mai smesso. Mi toccava, mi guardava, smaniava per me, ma io non avevo occhi per lei. Il mio sguardo l'aveva rubato una e una sola, e non avrei mai potuto tradire la sua luce voltandomi di nuovo verso il mio buio. Dovevo prendere una decisione, capire cosa fare e come riottenere il suo affetto; se Duha era il problema — se a Dawn non potevo spiegare per davvero perché ero costretto a stare con lei — forse avrei dovuto troncare definitivamente invece che continuare a dire che l'avrei fatto senza farlo davvero.

Fu quel pensiero, all'improvviso, a far muovere le mie braccia e a far afferrare dalle mie dita il braccio ossuto di Duha.

«Che c'è?», disse aggrottando le sopracciglia. Non si aspettava quello slancio, e neppure io.

«Possiamo parlare?», riuscii appena a snocciolare, mentre i miei occhi ancora inseguivano Dawn che rideva all'orecchio del suo amichetto per qualcosa che lui aveva detto.

«Ok», annuì Duha, preoccupata. Era stufa di essere lì, di combattere con i miei silenzi, di rivendicare qualcosa a cui lei stessa era la prima a non tenere. Forse voleva che fossi io a spezzare la maledizione che ci univa, perché quel coraggio non lo aveva più.

La presi per mano e, con un cenno della testa, indicai a Big il luogo dove sarei andato. Era giusto che lui lo sapesse: in territorio nemico tutto era possibile.

La portai sulle scale antincendio del locale, una pessima discoteca a più piani, marcia fin dentro le fondamenta, come la droga che ci girava dentro da anni.

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