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Adrian

Colpa e perdono.
C'è mai stata una vera differenza tra ambedue? Forse sono due volti della stessa moneta, che si scambiano posto senza chiedere permesso.
A volte sembra di perdonare, e invece si sta solo accumulando colpa.
Altre volte si pensa di essere colpevole, e in realtà si sta già concedendo perdono, invisibile, silenzioso, inafferrabile.
Dove finisce l'uno e comincia l'altro? Forse non finiscono mai. Forse esistono solo come pensieri che ci tormentano e ci definiscono.

Forse la differenza sta solo nel famoso coraggio di affrontare ciò che abbiamo fatto, o nel coraggio di lasciarlo andare.
Ma anche questo ardire ha il sapore amaro della paura. Perché perdonare non libera, se non hai prima misurato la colpa fino all'osso.
E colpa e perdono diventano allora due specchi che si riflettono all'infinito, incapaci di separarsi, incapaci di guarire da soli.

Eppure, c'è qualcosa di sottile che li distingue: il perdono ha una direzione, tende verso un altro, verso sé stessi, verso il mondo.
La colpa è solo un'eco, un peso che rimbalza dentro, senza trovare scampo.
E le persone restano sospese tra i due, chiedendosi se c'è mai stato un vero confine, o se hanno solo camminato dentro una linea tracciata dalla paura.

Il perdono non é mai stato il mio forte.
La colpa, bé...quella é la mia specialità.
Ma, se devo essere onesto, molte persone attribuiscono colpe ad altri solo per mascherare la codardia della loro vita, l'incapacità di interfacciararsi con i propri demoni.

Con Nikos io ero sempre il colpevole, la causa delle sue disgrazie, della sua insoddisfazione e il motivo delle sue cazzate. io ero il motivo per cui lui era un mostro. O così sosteneva.

Invece di guardare quel mostro allo specchio preferiva farlo guardare a me, costringendomi a credere di esserlo davvero.
Nikos era proprio un pezzo di merda, un codardo, un debole.
Il mio vecchio era proprio un cieco che vagava sulla terra alla ricerca di qualcuno da incolpare.
Ed io ero sempre il prescelto.

La differenza però, tra me e lui e molti di quelli che l'hanno susseguito, é che io i miei demoni li ho sempre guardati dritti negli occhi.
Ci ho danzato, ci ho parlato, ci ho persino riso. Mi hanno insegnato più loro che qualunque padre, che qualunque amico.
Non li temo: mi hanno fatto ciò che sono.
E io, in fondo, non so se li odio davvero.

Forse li ho confusi con me stesso per troppo tempo. Senza di loro sarei vuoto, una scatola senza peso.
I demoni non mi hanno tolto la vita, me l'hanno insegnata.
Mi hanno mostrato le crepe, le cicatrici, i punti dove il dolore diventa forza.
A volte penso che siano l'unica parte onesta che ho: non fingono, non illudono, non chiedono perdono. Restano. Ed io con loro.

E Dio in tutto questo?

Sono sicuro che qualcuno se lo starà chiedendo esattamente come ho fatto io per molto tempo, rinchiuso tra le pareti di quella casa che bruciava di vergogna, dolore, peccato e nascosto in una gabbia colma di anime spezzate, intrise di veleno e furia, quasi come me.

Io non sono credente.

Seppur Calliope cercasse di farmi avvicinare alla sua religione, io non ho mai sentito la fede che si ostinava a trasmettermi ogni giorno.

Col senno di poi, ho compreso che neanche lei ci credeva davvero.

Il suo era un bisogno disperato di essere salvata. Il bisogno di credere che tutto il marcio che c'era nella sua vita facesse parte di un'opera più grande.

Frequentavo la chiesa solo perché lei mi faceva tenerezza, era così convinta che pregando tutto sarebbe andato al suo posto un giorno, che per un po' l'accontentavo.

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