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Katherine

Alfred mi ha comunicato con cortesia impeccabile che domani mi riporterà a casa.
Le strade sono ancora inagibili, dice, e non vuole rischiare.

Ho annuito senza discutere.

In fondo, cos'altro potevo dire?

Per il resto della giornata non ho più visto Adrian.

Ho pranzato in cucina, insieme ai domestici e a sua figlia.
Un pasto semplice, in un'atmosfera che sembra non appartenermi.
Lui non c'era, e per qualche assurdo motivo, mi dà fastidio accorgermene. Sapevo che ci sarebbe stato a cena, e proprio per questo ho preferito restare in camera.

Non volevo vederlo. Non adesso. Non con la testa ancora piena di lui.

Angelica ha cercato più volte di avvicinarsi. È sveglia, acuta, fin troppo. C'è qualcosa nei suoi occhi che mi colpisce, ma non voglio approfondire.
Non voglio neanche provare ad affezionarmi. Non a lei. Non a chi porta il suo sangue.

Ho ignorato le chiamate di zia Jane. Le parlerò appena torno.
Ho ignorato anche Kevin. Non ho voglia di ascoltare la sua voce, né le sue pretese mascherate da premura.

Resto sul letto per ore, immobile, a fissare il soffitto mentre la notte scivola lenta. Penso a lui. A quello che è successo tra noi. A tutto ciò che non ho detto.

L'ho capito dal suo sguardo indifferente e dall'irritazione che gli velava gli occhi.
Non per me.
Ma per lui.
Il fatto che fossi vergine non deve essergli piaciuto per niente, o almeno, così mi è parso.

Che cosa dovrebbe importarmene in fin dei conti? Non stiamo insieme. Non ci amiamo e tra di noi non succederà mai nulla.
Abbiamo ceduto ad un istinto dettato dalla circostanze.

'Niente di più, niente di meno', continuo a ripetermi.

Quando la fame inizia a farsi sentire, mi alzo. Sono quasi le dieci quando, in punta di piedi, decido di scendere in cucina.
Non faccio in tempo ad attraversare il corridoio e raggiungerla che qualcosa attira la mia attenzione.

Una melodia attraversa il silenzio, limpida e struggente.
Viene dal soggiorno.

All of Me di John Legend

La riconoscerei ovunque.

A passi lenti mi avvicino al suono confortevole delle note e scorgo la figura a petto nudo di Adrian nel soggiorno buio, illuminato solo dalla luce fioca dell'abat-jour posta li accanto.

È seduto su uno sgabello di fronte ad un enorme pianoforte che presenzia al centro della stanza.

Le note si mescolano al profumo di sigarette e dal suo odore di mare: pungente, ma sorprendentemente dolce.

<<Hai intenzione di startene lì a fissarmi ancora per molto?>>

La sua voce rompe il silenzio come un graffio facendomi sobbalzare. Non si gira, non smette di suonare. È come se sapere che sono qui non gliene importasse più di tanto. O forse sì.

<<Non sapevo che sapessi suonare.>>
La mia voce è un sussurro, ma abbastanza forte da raggiungerlo.

<<Non sai molte cose di me.>>

Finalmente si volta. Gli occhi chiari mi fissano con quella solita freddezza che nasconde troppo. O troppo poco.

Faccio un passo avanti, decisa a non farmi intimidire.
Se vuole giocare al gatto col topo, io non sarò certo il topo.

<<Magari potresti iniziare a dirmene qualcuna.>>, azzardo spinta da un moto di curiosità.

Un sorrisetto appena accennato gli increspa le labbra.
Di quelli che sanno di fumo e sarcasmo.

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