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Katherine

Il mattino seguente mi sveglio intorpidita e trasognante.

Quando ho aperto gli occhi, una brezza sottile mi ha accarezzato la pelle, come dita leggere che sfiorano seta ancora calda di sogno. Mi sono stretta nelle lenzuola, cercando il tepore rimasto della notte, ma il vuoto al mio fianco era una presenza pungente: Adrian non c'era.

Ho sentito quella mancanza entrare piano, come una nota stonata all'alba, eppure una parte di me aveva sperato, per quanto sapessi che non era abituato a restare. Quando l'ho sentito alzarsi nel cuore della notte, nel torpore del dormiveglia, ho trattenuto il respiro pensando che sarebbe tornato subito, che si sarebbe riavvolto accanto a me come la marea che ritorna sempre alla riva.

Ho richiuso gli occhi, desiderando con tutta me stessa di trovarlo di nuovo, di risvegliarmi tra le sue braccia, avvolta in quell'abbraccio che immaginavo sapesse di casa e tempesta insieme. Mi chiedo come sarebbe sentire il suo fiato accanto, come se il mattino potesse nascere tra i suoi respiri intrecciati ai miei, come se fossimo due stelle naufragate nella stessa notte, illuminate solo dal desiderio di appartenersi ancora un poco.

Eppure, mentre il sole cominciava a filtrare tra le tende, un sorriso segreto è sbocciato sulle mie labbra. Perché nonostante tutto, la notte passata è stata diversa. Ho sentito un filo invisibile legarci, qualcosa di inatteso e prezioso che mi ha riscaldato il cuore più di qualsiasi abbraccio reale.

Dopo aver recuperato i miei abiti in giro per la stanza, mi decido ad uscire dalla sua camera.
Con passi lenti e incerti percorro il lungo corridoio che sembra non finire mai. Mi sento un'intrusa che sta cercando di fuggire prima di essere scoperta.

Vorrei evitare di incontrare qualcuno.

Anche se oggi è Natale e muoio dalla voglia di correre dalla piccola Ang, so quanto suo padre non sopporti la giornata e immagino che si sforzerà tanto di viverla per sua figlia anche se non lo desidera.

Non voglio essere un fastidio in più di cui occuparsi.

Con passo felpato, quasi stessi partecipando a una missione segreta degna di un agente 007, mi avventuro sulle scale del piano superiore.

Ogni gradino scricchiola più del dovuto e, a ogni suono sospetto, trattengo il fiato come se stesse per scattare un allarme laser invisibile.

Raggiunto il corridoio al pianterreno, mi appiattisco contro la colonna più vicina, sperando che gli enormi vasi di fiori contribuiscano a mimetizzarmi almeno un po'.

Con lo stesso zelo di una ladra alle prime armi, mi sporgo cautamente, lanciando occhiate furtive a destra e a sinistra.

I miei movimenti sono a metà tra il comico e il goffo, e per un attimo mi immagino con un cappello a tesa larga e una lente d'ingrandimento.

Proprio mentre sto per scattare verso la porta d'uscita, rallento bruscamente.
Dalle cucine arriva un leggero vociare, il tintinnio di piatti e tazze accompagna le chiacchiere dei domestici. Mi blocco come una statua in mezzo al corridoio, con il cuore che batte forte e la sensazione di essere appena sfuggita a una pattuglia di guardiani.

Se non altro, anche James Bond avrebbe apprezzato la mia discrezione.

'O forse avrebbe riso di gusto dietro i suoi occhiali scuri', penso ridendo al solo pensiero.

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