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Adrian

Αγάπη.

Più noto come agápē, significa letteralmente "amore", ma non nel senso romantico o passionale che spesso si immagina oggi.

Nell'antica Grecia indicava un amore profondo, stabile e disinteressato, diverso dall'éros, che è il desiderio passionale, e dalla philía, che è l'amicizia reciproca.

In ambito filosofico e poi soprattutto cristiano, questo concetto viene elevato fino a diventare l'amore universale e divino. Quello che non si limita a una persona sola ma si estende al prossimo, al mondo, e in alcune interpretazioni anche a Dio stesso come forza che sostiene tutto.

Tuttavia, se si guarda l'ἀγάπη anche in una chiave più emotiva e simbolica, soprattutto in letteratura, emerge un lato più oscuro e inquietante. Quando questo amore perde il suo equilibrio, infatti, può trasformarsi in qualcosa che non libera ma consuma.
L'idea di amore incondizionato può scivolare nell'annullamento di sé, dove una persona ama così profondamente da cancellare i propri confini, la propria identità e il proprio istinto di protezione. In questo senso l'agápē diventa una forma di dipendenza emotiva mascherata da purezza, in cui il sacrificio non è più una scelta consapevole ma una necessità costante.
Il confine tra amore e ossessione si assottiglia, e ciò che nasce come sentimento elevato può diventare una gabbia invisibile.

Nel suo lato più oscuro, l'agápē non è più solo amore assoluto, ma amore totalizzante: un sentimento che pretende di essere eterno e imperfetto, e proprio per questo può diventare distruttivo. Può giustificare il dolore, la rinuncia e persino la perdita di sé in nome dell'altro, trasformandosi in una forma di devozione che non lascia spazio alla libertà personale. È un amore che non ferisce perché è cattivo, ma perché è troppo, perché occupa tutto, fino a non lasciare più aria.

Era stata mia madre a parlarmene.

La ricordo, immobile e spezzata, il volto segnato da un occhio livido, la pelle punteggiata di blu e viola e due costole spezzate.

C'era una quiete mortale nella casa quando lui era fuori, il silenzio denso che si insinuava tra le crepe della normalità, e lei, con la voce roca, raccontava l'agápē come se fosse la sola verità ancora in grado di sorreggerla.

Ogni gesto, ogni ferita, ogni rinuncia, persino la violenza che la deformava, veniva giustificata in nome di quell'amore totalizzante, oscuro, che divorava ogni cosa. Calliope parlava di agápē come di una devozione necessaria, una fiamma che purifica con il tormento, una benevolenza che si trasforma in ossessione.

Non c'era più spazio per il sé, solo per l'altro, per Nikos, verso cui proiettava tutto, annullando sé stessa. E mentre i suoi occhi, spenti e febbricitanti, mi fissavano, io a soli sette anni sentivo la paura crescere e radicarsi come una muffa; il suo accecamento era così profondo da farmi tremare, come se potesse inghiottirmi.

Quella convinzione si era attaccata a me, viscosa e infida, penetrando ogni fibra.

L'ho sentita pulsare dentro, come un veleno lento: agápē, la parola che odiavo più di ogni altra, che mi perseguitava come una maledizione. Anche dopo averla ripudiata, anche dopo aver spezzato una vita proiettando su di essa quel concetto contorto, l'ombra dell'agápē non mi ha mai lasciato.

Me la sono incisa sul basso ventre a diciassette anni, fissando l'ago della macchinetta e il sangue che colava come se potessi vedere il dolore scavare nella carne la sua verità nera e definitiva. Era più di una ferita per me. Era più di un tatuaggio, una condanna impossibile da cancellare.  Ogni goccia di sangue era memoria, ogni bruciore una promessa che non avrei mai più permesso a quella parola di sfiorarmi. Era la mia cicatrice, il mio squarcio, il mio abisso.

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