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Katherine



A volte penso che i traumi siano come radici nascoste sotto la superficie di un terreno apparentemente fertile. Si insinuano, silenziosi, tra le zolle della quotidianità e risalgono, contorcendosi, fino a infilarsi nelle nostre scelte più semplici, nei gesti più banali.

Non importa quanto ci ostiniamo a ignorarli o a seppellirli con la razionalità: vivono in noi, ci plasmano, e condizionano la direzione stessa dei nostri passi. Freud diceva che le emozioni represse non muoiono mai. Vengono sepolte vive e riemergono più tardi, in modi peggiori.

Così, ogni mio gesto, ogni parola detta senza pensarci, sembra il rimbalzo di un'eco antica, un riflesso di ferite mai guarite.

Come nell'"Uomo che cammina" di Giacometti -eternamente sospeso tra il partire e il restare- anch'io avanzo incerta, zavorrata da un passato che non abbandona mai davvero la presa sulle mie spalle.

I traumi sono fili invisibili che tessono la trama segreta delle nostre relazioni, intrecciando la paura di essere feriti con la disperazione di non essere mai visti davvero. Eppure, di fronte allo specchio crudele di quella giornata, mi sento improvvisamente minuscola, inadeguata, goffa come una bambina che ha rotto un vaso prezioso.

Rimorso e vergogna si mescolano in un groviglio che mi sale in gola.

'Perché l'ho fatto? Perché mi sono lasciata travolgere dall'impulso?'.

Mi sento stupida, sbagliata, incapace di dominare quella parte di me che urla quando dovrebbe tacere, che agisce quando dovrebbe fermarsi a pensare.

Non sono quella che vorrei essere o che sono.

La mia impulsività mi tradisce ancora una volta, lasciandomi sola, disarmata, con le mani sporche e il cuore pesante.

Arya si è avvicinata a me dopo la litigata con Adrian dicendomi, con sguardo gelido, che non avrei dovuto farlo e che questo avrebbe peggiorato di più le cose con Adam.
Travolta dallo sguardo imperturbabile che ha rivolto non le ho neanche risposto, limitandomi ad andare via.

Sono così a causa del sangue che mi scorre nelle vene, per il legame indissolubile con i miei genitori? La mia impulsività è un'eredità antica, una scintilla che si accende ogni volta che sento un'ingiustizia. Penso a mia madre, al suo coraggio nel combattere la violenza, a come si opponeva con tutto il suo essere, e sento che, nel mio piccolo, volevo solo difendere ciò che ritenevo giusto.

Ma la foga mi ha travolta come un fiume in piena, e ora non resta che il rimorso per aver agito senza chiedere, senza ascoltare.
Vorrei solo essere stata capace di fermarmi, di capire prima di riversare addosso agli altri il peso delle mie emozioni.

Vorrei tornare a Nottingham, alla pioggia che cade regolare sui tetti e lava via i peccati della città. Lì, almeno, la violenza aveva sempre un prezzo, e la giustizia, seppur imperfetta, non lasciava scampo ai colpevoli.

A Seattle, invece, tutto mi appare sfuggente, inafferrabile: i crimini restano sepolti sotto strati di silenzio, le emozioni sono fiumi carsici che scorrono sotto la superficie e travolgono chiunque osi immergersi.
Mi manca la concretezza dei vicoli di casa, il senso di appartenenza che qui sembra dissolversi nell'aria umida e misteriosa di questa città che non riesco a decifrare.

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