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Adrian

Ci sono persone che non parlano, infettano.
Ti lasciano addosso una patina vischiosa di lamentele, moralismi e finta bontà.
Le loro parole non hanno radici, sono spine secche: pungono, ma si sbriciolano appena le tocchi.
Vivono di frasi fatte e convinzioni preconfezionate, credendo che il mondo giri intorno al loro risentimento.

Ti osservano con quell'aria da vittima sacrificale, come se il dolore li rendesse puri.
Ma non sanno che la purezza vera non ha bisogno di testimoni.
Scambiano la loro confusione per profondità, la loro rabbia per carattere, la loro stanchezza per verità.

Sono vuoti che fanno rumore.
E più parlano di luce, più si nota il buio che si portano dietro.
Non sanno il peso che hanno le parole. Non lo capiranno mai.
Vivono in superficie, come mosche sul vetro: rumorose, insistenti, incapaci di capire che dietro quel vetro c'è aria vera.
E a un certo punto smetti pure di odiarli.
Ti limiti a pulirti di dosso la loro ombra, e te ne vai.

Alla fine impari a riconoscerli da lontano:
parlano con voce calma, ma le parole puzzano di veleno tiepido.
Ti scrutano come se dovessero misurare quanto ti resta di buono da rovinare.
Li chiami 'persone', ma sono solo contenitori di ignoranza. Ogni frase è un eco, ogni sguardo una richiesta d'attenzione travestita da giudizio.

Non cercano pace, cercano pubblico.
E quando non glielo dai, si convincono che tu sia cattivo, freddo, sbagliato.
Ma la verità è che non c'è niente di più lucido del silenzio dopo il disgusto.
È lì che capisci che certi rapporti non si spezzano ma si svuotano.

Osservo il continuo flusso di persone nella holding: visi che si incrociano senza mai davvero incontrarsi, passi che rimbombano nei corridoi come promesse non mantenute.
Ognuno sembra muoversi più per essere visto che per andare davvero da qualche parte. Sotto la facciata delle strette di mano e dei sorrisi di circostanza, percepisco un sottile filo di vanità, come se la vera sostanza del luogo fosse fatta di apparenze e non di intenti.

È una commedia silenziosa, dove ognuno recita la propria parte, ma raramente qualcuno dice sul serio.

<<Adrian, figliolo, ricordati che tra due settimane si terrà il gala di beneficenza prima di Natale. È un evento importante per chiudere l'anno. Mi piacerebbe che partecipassi alla serata, si celebreranno anche i venticinque anni dello studio Evans.>>, Diego attira la mia attenzione mentre passo accanto a lui.

Mi volto appena, scorgendo mio padre adottivo nel suo solito completo elegante e il sorriso solare solcargli il viso dai tratti maturi.

La sua positività non l'ho mai compresa.

All'inizio pensavo fingesse anche lui, che fosse tutta scena com'è tipico degli uomini di questo ambito. Risultare il più fintamente possibile appagati dalla vita.

Ma lui lo è davvero.

<<Esatto!>> interviene Elizabeth con entusiasmo, la voce chiara che riempie la stanza come un raggio di sole in un giorno spento.

<<Sarà una serata splendida. E poi, dopo tanto lavoro, farà bene lasciarti travolgere un po' dall'atmosfera natalizia.>> Le sue parole scivolano leggere, ma dentro c'è quella fiducia quieta che la contraddistingue — quella che ti fa credere, per un istante, che tutto possa davvero andare bene.

Lancia un'occhiata luminosa a Jane Smith che annuisce in accordo.

Atmosfera natalizia...che stronzata.

Odio il Natale. Mi ricorda che sono stato messo al mondo, in una vita di merda.

Se non fosse per mia figlia, darei fuoco alla mia casa intera che viene decorata come se fosse una maledetta fiera.

Stronger Than All - Volume ILa tua prossima ossessione. Scoprilo ora