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Adrian


C'è qualcosa di macabro in me.
Qualcosa di antico, contorto e radicato come un ramo marcio che continua a crescere dove non dovrebbe.
Una creatura muta che si nutre della mia quiete e la divora a morsi lenti.

Dentro di me vive un crepuscolo perpetuo.
Una soglia immobile, sospesa tra luce e ombra. In quel confine indefinito si intrecciano, si contaminano, si piegano l'uno all'altra come due verità che non sanno più distinguersi.

Esiste un punto in cui la luce smette di essere luce e il buio smette di essere buio: un luogo di confine, dove le ombre hanno bordi liquidi e il giorno sembra un ricordo stanco.

È lì che prendono forma le cose che non hanno nome, le cose che sfuggono al giudizio e si annidano nei solchi dell'anima.

In quel territorio smussato, dove la speranza e la disperazione ballano un valzer stanco, non c'è spazio per la retorica della consolazione.

La luce, se arriva, indossa sempre la maschera dell'inganno: promette, illude, poi svanisce senza salutare. Il buio, almeno, ha la decenza di non fingere. È schietto nella sua presenza, fedele come una verità che non si può addolcire.

Forse la mia anima è solo il terreno su cui cresce il compromesso, un giardino infestato dove anche i fiori sanno di essere destinati a marcire.

Per questo l'idea dell'amore non può essere contemplata per uno come me.

Provo un affetto smisurato per mia figlia, una gratitudine senza fine per quel piccolo lato umano che tiene in vita quel che resta del mio cuore. Senza di lei non potrei mai esistere, ma so che lei potrebbe senza di me.

Vorrei credere che esista una redenzione anche per chi si è perso, ma ogni volta che ci provo il passato mi sussurra che certe ferite non guariscono, si trasformano soltanto in una nuova pelle, più dura e più spessa.

Eppure, in ogni abbraccio che le regalo, sento una tregua, una breve sospensione della pena, come se il mondo si fermasse per concedermi un respiro di sollievo.

Il resto della mia vita è una strana forma di adattamento dove ho imparato a convivere con la mia ombra, sorriderle amaro, lasciando che mi scavi dentro il suo piccolo angolo di dominio.

Mi avvolgo un asciugamano in vita uscendo dalla doccia. Il vapore si immischia col mio respiro, grava nell'aria come un sudario, insinuandosi nei polmoni e appannando il vetro di uno specchio che inghiotte ogni contorno.

Distolgo per un attimo lo sguardo dalla mia immagine, temendo che quello che vedrei non sia altro che il riflesso sbiadito di una presenza che si sta consumando nell'ombra.
Il volto che potrei riconoscere è solo una maschera opaca, pronta a svanire insieme alle ultime volute di vapore.

Guardo il riflesso allo specchio, non riuscendo a vedere altro che un inverno spezzato nei miei occhi azzurri così uguali a quelli del padre che odio. Un gelo sottile vi si annida, una malinconia che si tramanda come un'eredità scomoda, e in quell'azzurro spento riconosco la cicatrice di un legame che vorrei dimenticare.

Rido con un sorriso tetro, sinistro, che sa di condanna.  È una piega amara sulle labbra, la stessa che porta il peso di un inferno interiore: un luogo dove non c'è spazio per l'amore, né per le fragili illusioni che gli somigliano.

'Amore,' penso e in testa risuona come una beffa, una parola che detesto con tutto me stesso.

Come una catena invisibile, ne sento il fastidio razionalmente, cinicamente.

Non sopporto sentirla pronunciare; per me, non è che un trucco che la gente usa per coprire le proprie paure, un modo per mascherare la solitudine e dare senso a ciò che, in fondo, resta vuoto.

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