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Adrian

L'odore della pioggia è denso. Puzza di ruggine e terra fradicia, entra da una finestra spaccata e si mescola con l'aria stagnante della casa.
Il legno del pavimento è freddo sotto la mia pelle nuda, e le schegge si infilano tra i talloni, ma non oso muovermi. Non ancora.

Le grida rimbombano in sottofondo, come ogni notte. Mia madre piange, di nuovo.
Un pianto piccolo, tremante.  Invisibile come lei.

Il temporale è lontano, ma l'elettricità è nell'aria. Lo sento sotto la lingua. Nei battiti.
E so che qualcosa sta per succedere.

I passi di mio padre non fanno rumore.
Come quelli di un predatore.
So che ha bevuto, l'ho visto dalle bottiglie sul tavolo. Tre, forse quattro.
Ne ho rotta una per sbaglio. Un gesto stupido, un inciampo.
Un rumore troppo forte. Un errore. Un altro.

<<M'alakas! Sei cieco?! Figlio di una puttana inutile!>>

La voce è un ruggito, scivola tra le pareti come muffa.
Mi blocco. Il mio cuore smette di battere, poi riprende, troppo veloce.
Corro in camera.
Sbatto la porta.
Mi nascondo dietro al letto.
Conto.

Uno, due, tre, quattro...

Ma la porta si apre.
Sempre. Sempre. Sempre.

Lui è lì.
Mani grosse. Occhi rossi.
Ha in mano una bottiglia.
E sorride.
Quel sorriso che precede sempre il dolore.

<<Sai cos'hanno i bambini stupidi? Hanno bisogno di capire. Di imparare. E io ti insegnerò, Adrianaki.>>

Mi prende per un braccio.

<<No!>>

La sua mano afferra la mia spalla con forza, mi solleva come uno straccio.
L'alcol gli gocciola dal mento, gli occhi iniettati di sangue. Strappa via la coperta con cui mi ero coperto la testa.
Mi spinge contro la parete.
Vorrei urlare ma la voce mi resta in gola.
Lo vedo afferrare la bottiglia.
Per un istante penso la userà per bere ancora invece la scaglia.

Un'esplosione di vetro, dolore liquido che mi taglia la guancia e il braccio.

Il vetro esplode contro la mia schiena scoperta.
Schegge ovunque. Qualcuna si infila nella pelle.
Brucia.

Urlo.
Urlo come se potesse fermarlo.
Come se qualcuno potesse sentirmi.
Ma nessuno ascolta.

Μη φοβάσαι. Θα εκδικηθείτε

Me lo dico da solo, più e più volte.
Ma le lacrime scendono lo stesso.
Due gocce piccole, quasi impercettibili.

Mia madre è lì. Lo so.
Sta guardando. Con la mano tremante davanti alla bocca, senza muoversi.
Una statua rotta.
Non parla.
Non mi difende.
Non dice il mio nome.

E mentre Nikos mi solleva di nuovo per la gola, penso che morire non sarebbe poi così male.
Non sentire più.
Non vedere più quegli occhi.

Ma non muoio.
Non ancora.

Mia madre è lì in piedi che si stringe la croce al collo, la vedo fare un passo incerto e dolorante verso di noi.
La sua vestaglia bianca é sgualcita e le gambe sono ricoperte da lividi.

<<Basta, Nikos... ti prego... è solo un bambino...>>, singhiozza pregando in silenzio.

<<Un bambino del cazzo!>>
SLAP.
La schiaffeggia senza nemmeno voltarsi.
Lei cade a terra.
Io la guardo.
Aspetto che si alzi.
Che mi porti via.
Ma non lo fa. Non lo fa mai.

Stronger Than All - Volume ILa tua prossima ossessione. Scoprilo ora