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Adrian

Nikos Vassilis.

Solo pronunciare quel nome mi fa sentire il peso di anni di violenza e abbandono. Un uomo che non era un padre, ma un carnefice, una presenza oscura che ha consumato la mia infanzia con mani che sapevano solo infliggere dolore.
Ogni graffio, ogni livido, ogni cicatrice sulla mia pelle racconta di lui, un promemoria indelebile di quello che ho dovuto sopportare.

Crescere sotto il suo tetro sguardo significava vivere in un incubo senza fine. La sua furia era una bestia cieca, nutrita da alcol e rabbia, e io ero solo un corpo su cui sfogarla. Ricordo il rumore delle sue mani contro la mia carne quando mi picchiava fino a togliermi il fiato, le urla soffocate di mia madre, e quel senso di impotenza che mi paralizzava ogni volta che cercavo di fuggire dentro me stesso.

Poi c'è stata Calliope Stavrou, la donna che mi ha messo al mondo, fragile e dolce, intrappolata in quel matrimonio maledetto.
Lei era l'unico filo di umanità in quella casa, ma non è bastato.

Quando è morta in quell'incidente, l'unica parvenza di tenerezza si é frantumata.

Lui si è spento lentamente, divorato da una malattia che sembrava quasi una punizione, un'agonia lenta che rispecchiava la sua anima marcia.

L'ultima volta che l'ho visto, quattro anni fa, il gelo era palpabile tra di noi.

Quando la sua badante mi aveva cercato faticavo a credere che fosse ancora vivo, è stato allora che ho scoperto che aveva ucciso mia madre in un incidente poco prima.
Era fatto di qualsiasi tipo di sostanza e a tutta velocità si era schiantato in un burrone, facendo precipitare mia madre fuori dal finestrino.

Lei era morta sul colpo, ma forse la sua morte era stata una benedizione. Era riuscita a liberarsi finalmente di quell'uomo, malgrado non fossi mai riuscito a perdonarla per la sua mancanza di protettivitá nei miei confronti.
Non mi aveva salvato. Non ci aveva mai provato.

Cercava di confortarmi con qualche carezza di nascosto da suo marito, convinto che quest'ultime mi avrebbero rammollito e reso debole come sua moglie.

Perché lei era debole, non era stata in grado di difendermi, di scappare via da quell'uomo e ricominciare da capo lontano da tutta la sofferenza quotidiana.

In fondo, meritava quel destino.

Quando decisi di vederlo nella topaia in cui viveva era disteso su quel letto di morte, spoglio di forza e dignità, un'ombra malata del mostro che era stato. Gli occhi suoi, pieni di rancore e rabbia, non cercavano perdono. L'incidente l'aveva comunque condannato ad un'esistenza misera e legata al dolore.
Un dolore che seppur mi dilettava, non avrebbe mai compensato tutto l'orrore che aveva causato.

Lo guardai con un odio talmente profondo, nessuna emozione mi solcava il volto. In quell'attimo di silenzio non disse nulla, forse aveva percepito l'oscurità che mi aleggiava intorno, una dannazione a cui le sue scelte di merda mi avevano relegato.

I miei occhi gelidi come ghiaccio, non concedevano nessuna pietà.
Né io né lui avevamo più nulla da dirci, solo un silenzio denso di disprezzo.

Mi chinai su di lui, il respiro un soffio glaciale contro la sua pelle intrisa di colpe.
L'aria stagnante intorno a noi puzzava di lenzuola putride, impregnate di una sporcizia antica, come quella stessa anima corrotta che lui cercava di nascondere, ma che ormai emanava solo fetore di putrefazione.

Stronger Than All - Volume ILa tua prossima ossessione. Scoprilo ora