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Katherine

Ho sempre pensato che sarei morta da sola con le mie ombre.

Da bambina, dopo l'incidente, le immaginavo come bestie silenziose, legate ai miei talloni, pronte a ghermire i miei pensieri appena la luce si faceva fioca.

Crescendo, queste ombre sono diventate paradossalmente compagne inseparabili. Non più solo nemici, ma presenze familiari che mi mordono ogni giorno, scavando solchi sotto la pelle dove il dolore trova casa. Mi hanno insegnato la lingua segreta dei silenzi, il modo in cui la sofferenza si insinua tra le ossa come la pioggia nei giorni d'autunno, né amica, né nemica, semplicemente parte di me.

In questa danza di penombre, ho imparato a riconoscere i contorni delle mie ferite, a dare loro nomi e a lasciarmi guidare dal loro passo incerto. Eppure, in fondo al pozzo di questa solitudine, c'è una familiarità che mi rassicura: il dolore, in qualche modo, sa essere fedele come un vecchio proverbio mai dimenticato.

E quello stesso alone di oscurità mi sembra riconoscerlo in Arya.

Nei suoi occhi cerulei la stessa giostra inquieta che mi accompagna da sempre, una vertigine di pensieri che si rincorrono senza tregua.

Arya porta con sé ombre diverse dalle mie, più silenziose, ma non meno profonde. La sua impassibilità è una maschera di ghiaccio, lo sguardo fisso nel vuoto, come se potesse vedere mondi che a me sono preclusi.

Anche adesso, seduta sul letto della stanza degli ospiti, il corpo immobile e le labbra serrate, mentre le sue ombre danzano appena dietro di lei, pronte a proteggerla o a trattenerla.

Forse è per questo che ho sentito quel bisogno di farle da scudo contro Adam e Trevor.

È come se il nostro dolore si fosse riconosciuto, come se le nostre ombre avessero stretto un tacito patto nelle notti in cui, tra le mura, il silenzio urla più forte dei nostri pensieri.
Forse la solitudine che temevo non esiste davvero, e le ombre che porto con me non sono più soltanto mie.

Forse Adrian aveva ragione.

Forse, in fondo, voleva solo farmi capire che le loro vite sono attraversate da ombre tanto più spietate e contorte delle mie, ombre che graffiano l'anima fino a lasciare cicatrici visibili solo a chi ha imparato a riconoscerle.
Forse il suo avvertimento, esploso in rabbia, era il disperato tentativo di schermarmi dalla violenza delle loro storie: una brutalità che, se anche la comprendessi con la ragione, potrebbe annientarmi nello scontro diretto, lasciandomi inerme davanti all'abisso che portano dentro.

C'è una distanza abissale tra il credere e il sapere, e un'altra ancora più vertiginosa tra il vedere e il vivere. Si può ascoltare una storia, persino compatirla; ma solo chi l'ha attraversata sulla propria pelle sa quanta notte può abitare il cuore, quanto peso possono avere i silenzi e quanto freddo può fare, anche in una stanza piena di sole.

<<Come ti senti?>> chiedo piano.

Arya solleva appena il capo.

Un angolo della bocca si piega in qualcosa che non è un sorriso. È così strano vederla in questo modo: senza trucco, con i capelli spettinati e con quella felicità apparente a solcarle il viso.
Mi sorprende, perché Arya mi era sempre apparsa come una creatura distante, scolpita nella grazia di una dea antica.

Stronger Than All - Volume ILa tua prossima ossessione. Scoprilo ora