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Katherine

<<Posso entrare?>>

La voce di zia Jane mi arriva dalla porta socchiusa.

<<Sto per uscire>> rispondo, piatta.

Un secondo di silenzio. Poi il cigolio lento della porta. <<Non ci metto molto.>>

La vedo entrare, muoversi piano come se temesse di spezzare qualcosa.
Occhiaie scavate per via degli interminabili turni in ospedale, i capelli rossi arruffati, gli occhi azzurri che cercano il mio sguardo.
Si siede sul bordo del letto, intrecciando le mani sulle ginocchia.
Io resto a distanza, appoggiata alla scrivania.

<<Lo sai che tua madre odiava le ciliegie?>>
comincia, e la mia testa scatta verso di lei, sorpresa da quelle parole.

<<Le detestava con tutta sé stessa. Ma ogni estate veniva con me a rubarle dal giardino del vicino. Solo per vedermi ridere. Diceva che l'odore la nauseava, ma non ha mai mancato un anno. Una volta siamo scappate con le tasche piene e i vestiti macchiati di rosso, convinte che ci avrebbero prese sul fatto. Lei rideva più di me.>>

Il ricordo mai vissuto mi colpisce all'improvviso. Mia madre che ride, che corre con sua sorella. Non la immagino quasi mai così: la vedo più spesso nei ricordi fermi, nella foto sul comodino, nel silenzio delle assenze.
Sentire quel frammento di vita me la rende vicina. Più vicina di quanto regga.

<<Perché me lo racconti?>> domando, cercando di camuffare la sorpresa con un filo di ironia.

<<Perché lei ti avrebbe detto la stessa cosa che ti dico io. Che non sei sola. Non lo eri allora, non lo sei adesso. E io non smetterò mai di provarci con te, Katherine, anche quando tu mi allontani.>>

Abbasso lo sguardo, mordendomi le labbra.
Non ho fatto altro che ignorarla.
Mi sentivo ancora umiliata dalla discussione che abbiamo avuto, mi sentivo debole, fragile.
L'ho odiata per giorni. Perché mi aveva fatto male. Mi aveva ferita moltissimo.

Ma lei aveva cercato di recuperare con me, ha tentato più volte di parlare ma l'ho sempre schivata.
É sbagliato lo so, ma io reagisco così quando provo emozioni del genere.
E mi sento tremendamente stupida.
Mi sono comportata come una bambina invece di affrontare il discorso con lei, perché avevo paura. Paura di rivedere quella verità riflessa nei suoi occhi. Una verità che la mia testa ha decretato come al solito, costringendomi a chiudermi in me stessa.

<<Mi dispiace>> mormoro infine. <<Per come ti ho parlato. Per averti ferita e ignorata.>>

Abbozza un sorriso stanco, ma resta dolce. <<Dispiace a me se sono stata troppo dura. Non volevo accusarti. Ho sbagliato, soprattutto a pensare di obbligarti ad andare dalla dottoressa Holland. Non serve a nulla se non lo vuoi tu. Ho sbagliato anche a credere di averti capita, quando invece... mi rendo conto che non ti ho guardata abbastanza davvero>>

La guardo negli occhi. Gli stessi occhi azzurri che mia madre aveva, ma più velati di fatica. Mi avvicino piano, finché non sono seduta accanto a lei.

<<Non è colpa tua quello che è successo alla tua famiglia>> continua, la sua voce mi arriva come un pugno nello stomaco e mi irrigidisco d'istinto. <<E soprattutto non sei stata la causa per cui John è andato via. Non pensarlo nemmeno. Se c'è una responsabile, quella sono io.>>

Il respiro mi si spezza, ma scuoto la testa. <<Andiamo, zia Jane... non sei tu ad aver fatto andare via John. Non puoi pensarlo. Lui ti amava. Anche se io non sono mai stata gentile quando vivevamo insieme, lo vedevo. Vedevo come ti guardava. Era innamorato di te. E tu eri meravigliosa con lui. E con me.>>, dico e lo penso davvero.

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