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Katherine

Non so che diamine mi passa per la testa. Ma non riesco a smettere di fissarlo da quando sono sdraiata inerme come una bambina.

È lì, in piedi davanti a me, immobile. Alto, spalle larghe, braccia tatuate che sembrano scolpite. I pettorali si muovono appena sotto la maglietta nera, troppo sottile per ignorare cosa c'è sotto.
E quegli occhi - quegli occhi maledetti - di un azzurro tagliente, freddi e inquietanti come l'inferno che mi porto dentro.

Ho la testa che gira. E non solo per colpa dell'alcol.

Sono accasciata sul divano da quando siamo entrati. Quando ha aperto la porta di casa mia con me ancora in braccio, mi sono rifiutata categoricamente di salire al piano superiore.
Mi faceva male la testa, mi fa ancora male. Volevo solo buttarmi su qualcosa di morbido e l'ho fatto.
Lui non ha detto una parola. Ha chiuso la porta. È rimasto lì.

Per fortuna la zia Jane torna domani mattina o non so come avrebbe reagito a trovare sua nipote mezza ubriaca e Adrian Evans a casa nostra.

'Come se le potesse importare, d'altronde...'

Il pensiero mi colpisce all'improvviso, come un'onda gelida.
E insieme arriva il resto.
Le urla. Il giudizio.
Il suo sguardo deluso, la sua voce che cerca di capirmi, mentre io non riesco nemmeno a capire me stessa.

Mi rabbuio. Gli occhi fissi nel vuoto.
In quell'ombra che prende forma nella parete dietro di lui, un' ombra che però non mi terrorizza come quelle che mi vengono a trovare di notte.
In questa vi è un qualcosa di confortevole.

<<A volte mi sembra di annegare anche quando sto ferma. Come se ci fosse qualcosa che mi tira giù, anche quando tutto fuori sembra calmo.>>

Non c'è veleno nelle mie parole, o il solito tono di amarezza che attraversa la mia voce. C'è solitudine, forse malinconia, e una tragica consapevolezza.

<<Forse perché sotto la superficie non sei mai stata calma. E chi ti guarda da fuori è troppo cieco per accorgersene.>> Quella voce roca e lenta che riesce a farmi tremare e arrabbiare allo stesso tempo mi accarezza i pensieri un po' brilli.

<<E tu come mi guardi Adrian?>>, chiedo con le labbra incurvate, in una espressione sofferente.
Mi odio per questo, mi odio così tanto per aver bisogno di sentirmi dire che sono qualcosa.
Per qualcuno. Forse, per lui.

<<Ti guardo per quella che sei>>, dice semplicemente. Si siede accanto a me.
Avverto la sua presenza risvegliare tutti i miei sensi. C'è qualcosa di estremamente malato nella connessione che ci unisce.

Faccio una risatina inopportuna, riflettendo sulle sue parole che giungono alla mia mente distorte.
<<Ah si? E sei sicuro di sapere come sono?>>, mi lecco le labbra sfidandolo con lo sguardo.

<<Non sbaglio mai>>

Alzo le sopracciglia stupita e mi metto leggermente a sedere, con la schiena appoggiata al bracciolo dietro di me. Gli sfioro per sbaglio la coscia e arrossisco subito al contatto.

<<Illuminami ti prego>>, replico con il sorriso sornione e gli occhi spenti, vuoti, spezzati.

Adrian mi osserva dall'alto non solo della sua imponenza, ma anche della sua conoscenza. Come se lui fosse in un mondo a parte.
Come se tutti noi al suo cospetto non fossimo niente. Solo umani. Ignobili e stupidi umani.

Stronger Than All - Volume ILa tua prossima ossessione. Scoprilo ora