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Capitolo 32

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1909-1912 - Nel Protettorato spagnolo del Marocco, le tribù berbere resistono alla colonizzazione

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1909-1912 - Nel Protettorato spagnolo del Marocco, le tribù berbere resistono alla colonizzazione. 

* * * 

Febbraio 1912

Il freddo penetrava attraverso le sbarre della finestra della cella numero diciassette del carcere di San Sebastian. Mariano Gallego Vicente era sveglio da ore, come accadeva ormai ogni mattina da quando aveva iniziato a contare i giorni che lo separavano dalla libertà. Erano rimasti solo ventitré giorni. Ventitré maledetti giorni e poi sarebbe uscito da quel buco infernale. Avrebbe riabbracciato i suoi figli, avrebbe cercato di ricostruire ciò che era stato distrutto dalla sua ingiusta detenzione.

Ventitré giorni.

Si era alzato dalla branda ancora prima che la campanella suonasse la sveglia. Sei anni. Sei lunghi, interminabili anni in quella cella umida. Certo, da tempo non era più costretto alla detenzione nei sotterranei, ma comunque una piccola finestra sul mondo non poteva compensare una vita rubata. 

Sei anni di ingiustizia, di rabbia soffocata, di preghiere sussurrate nel buio, stavano finalmente per finire.

Il cielo era di un grigio plumbeo, carico di nuvole pesanti che promettevano pioggia. L'oceano, che si intravedeva in lontananza, era agitato. Le onde si frangevano contro gli scogli con una furia che Mariano conosceva bene. Conosceva il mare in tutti i suoi umori, dalla calma piatta che precedeva la tempesta fino alla furia devastante degli uragani nei Caraibi. Quanto tempo era passato da quei giorni? Sembravano appartenere a un'altra vita, a un altro uomo. Quel Mariano giovane e forte, che aveva creduto nell'onore militare e nel servizio alla patria, era morto da tempo. Al suo posto era rimasto questo uomo di quarantasei anni, con i capelli già striati di grigio, le mani callose per il lavoro forzato, la schiena piegata dal peso di un'ingiustizia che non aveva ancora smesso di bruciare come acido nelle sue viscere.

Le sue giornate seguivano un ritmo preciso: sveglia all'alba, preghiera silenziosa mentre gli altri prigionieri russavano ancora, colazione a base di pane secco e brodaglia che osavano chiamare caffè. Poi il lavoro. Ora che era diventato uno dei prigionieri più anziani e rispettati, gli avevano assegnato un lavoro relativamente leggero nella biblioteca della prigione. Un lavoro umile, ma che gli permetteva di leggere, di tenere la mente attiva, di non lasciarsi consumare completamente dalla follia che attanagliava molti altri detenuti.

Il pranzo era sempre uguale: zuppa di fagioli o lenticchie, pane, a volte un pezzo di formaggio. Poi altro lavoro, o tempo libero nel cortile se il tempo lo permetteva. La cena, identica al pranzo. E poi la sera - la parte della giornata che Mariano aveva imparato ad apprezzare di più - in compagnia del suo compagno di cella: Olatz.

Olatz Zubieta. Il vecchio pescatore arrestato sei anni prima per ubriachezza molesta e disturbo della quiete pubblica. Aveva fatto avanti e indietro dalla prigione così tante volte, che Mariano cominciò a sospettare che lo facesse appositamente per stargli vicino. Con la moglie, diceva sempre, erano solo tormenti. Tornava in carcere, passava un paio di giorni nei sotterranei punitivi, e poi in qualche modo riusciva sempre a farsi sistemare nella cella con il suo giovane amico. Olatz era fatto così. Un uomo da un passato tormentato e da un presente tutto da dimenticare. Un uomo che tutti consideravano pazzo, ma che in realtà vedeva chiaramente le cose che gli altri preferivano ignorare.

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