Un furgone militare stava parcheggiato nei pressi del cancello principale. Aveva le fiancate di metallo arrugginito e la scritta "Esercito Spagnolo" sbiadita dal tempo.
Dall'oceano proveniva un vento tagliente che portava con sé odore di sale e alghe.
Mariano non era l'unico passeggero. C'erano altri uomini, forse una quindicina, tutti incatenati ai polsi e alle caviglie. Alcuni li riconosceva vagamente dal carcere, altri erano completamente sconosciuti. Tutti avevano la stessa espressione rassegnata.
Le guardie li fecero salire sul mezzo militare spingendo e imprecando con efficiente brutalità. Mariano si trovò seduto su una panca di legno grezzo, schiacciato tra due altri prigionieri. Uno di loro, un uomo sulla quarantina con una lunga cicatrice che gli attraversava la guancia sinistra, gli lanciò un'occhiata.
"Anche tu per le miniere?" chiese con voce roca.
Mariano annuì, incapace di parlare.
"Merda," disse l'uomo. "Io sono Joaquin. Joaquin Ruiz. Barcellona."
"Mariano. Mariano Gallego. Eibar."
"Basco, eh?" Joaquin fece una smorfia. "Beh, almeno i baschi sono abituati a lavorare duro. Io sono un... ero un fabbro. Prima che mi arrestassero per aver picchiato il padrone della fonderia dove lavoravo."
Dall'altra parte di Mariano, si presentò un altro passeggero. Era più giovane, forse sui trent'anni, con i capelli ricci e gli occhi scuri che tradivano origini andaluse. "Miguel Santos. Siviglia. Furto."
"Non furto," intervenne un altro uomo dall'altra parte del furgone. "Rivoluzione. Miguel qui è un anarchico."
Miguel scrollò le spalle. "Preferisco dire idealista. Ma sì, tecnicamente sono accusato di aver rubato armi da un deposito militare. Che poi volevamo solo redistribuire la ricchezza in modo più equo, ma a quanto pare questo è un crimine."
Altri uomini si presentarono man mano che il furgone si riempiva. C'era Antonio, un contadino andaluso condannato per aver ucciso il latifondista che aveva violentato sua figlia. C'era Bernardo, un soldato disertore che si era rifiutato di sparare su una folla di scioperanti. C'era Tomás, condannato per debiti che non poteva pagare. C'era Rafael, un marinaio come Mariano, arrestato per ammutinamento.
E poi c'era Cristóbal.
Cristóbal Herrera fu l'ultimo a salire sul furgone, e quando lo fece, tutti gli altri si zittirono. Era un uomo imponente – doveva essere alto almeno un metro e novanta, con spalle larghe come porte e mani grosse come prosciutti. Si sedette pesantemente sulla panca di fronte a Mariano e quando parlò, la sua voce risuonava profonda come il rombo di un tuono lontano.
"Anche voi per le miniere Mortiger?"
La menzione di quel nome fece sobbalzare Mariano. "Sì. Come fai a sapere..."
"Perché ci ho sputato sangue in quel posto dimenticato da Dio," disse Cristóbal con una risata amara. "Da lì sono fuggito. Per quasi un anno mi sono nascosto. E ora mi ci riportano." Si sporse in avanti, abbassando la voce. "Ascoltate bene, tutti voi. Quelle miniere sono l'inferno sulla terra. Gli uomini che lavorano per il signor Raul Mortiger, sono demoni in forma umana. Lavorerete sedici ore al giorno sotto il sole del deserto. Mangerete razioni che non basterebbero a tenere in vita un cane. Dormirete in baracche di lamiera che di giorno diventano forni e di notte ghiacciaie. E se vi ammalate, se vi ferite, se rallentate anche solo per un momento... beh, il deserto è pieno di tombe senza nome."
Un silenzio pesante calò sul gruppo. Poi Miguel chiese con voce tremante: "E... e quelli che muoiono? Sono molti?"
"Troppi," rispose Cristóbal. "Troppi per contarli."
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La strega di Eibar
Ficción históricaLa figlia illeggittima del Re di Spagna Alfonso XIII deve morire. Renata, la bimba sopravissuta, sembra avere un particolare legame con il mondo dei morti da cui è miracolosamente riuscita a fuggire. Felix Mortiger, uomo senza scrupoli al servizio d...
