Capitolo 3

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«Sto sprecando i miei giovani anni? Bella domanda... spero di no!» rispondo titubante.

«Speri di no? Dovresti saperlo! Cerca di capirlo... sei piccola, hai il tuo futuro in mano. Fa ciò che vuoi!» mi sorride.

«Se solo fosse così facile. E tu?»

«Io, per ora faccio ciò che amo. Ho una piccola scuola di danza in società con due amici ballerini e a volte capita di girare l'Italia e ballare a concerti, feste...»

Mentre mi racconta del suo lavoro gli luccicano gli occhi. Deve aver lottato molto per arrivare a questo punto. C'è una sorta di fierezza verso se stesso mentre lo racconta.

«Non deve essere stato semplice...»

«Non puoi immaginare le difficoltà che ho dovuto affrontare... prima tra tutte la mia famiglia che non mi appoggiava. Mio padre lavora in banca e avrebbe voluto per me un lavoro sicuro, un posto fisso, delle certezze. Ancora adesso che ho una mia scuola, non è ancora convinto della mia scelta, glielo leggo negli occhi...»

Ad ogni parola sento il peso di quello che ha dovuto passare.

«Deve essere meraviglioso fare di una passione un lavoro!»

«Lo è credimi! A te cosa piace fare?»

Vengo distratta da un cartello sulla strada. Direzione Monza.

«Dove stiamo andando?»

La mia mano intrecciata alla sua, i suoi occhi verdi e la sua vita mi avevano letteralmente distratta.

«Ricordi? Non hai un posto dove andare... ti sto portando da me!»

«Da te?» Sento la gola stringersi. Non riesco a respirare, faccio un colpo di tosse. Poi un altro.

«Non ti preoccupare non voglio portarti a letto... sono troppo stanco!» sussurra tranquillo.

Dovrei fidarmi di lui? In fin dei conti è uno sconosciuto. In che casino mi sto mettendo?

Lo guardo di sottecchi.

«Chi mi assicura che tu non sia un serial killer?»

«Assolutamente nessuno... ma ti sei fidata fino ad ora, quindi...»

«Non so...»

Parcheggia la macchina davanti a quello che sembra un capannone. Lo guardo perplessa.

«Vivo nel sottotetto della scuola di danza...» mi tranquillizza.

«Ma dai... comodo!» mi rianimo.

«Si... a parte quando non ho lezione e mi svegliano gli altri...»

L'osservo scendere dalla macchina e ricomparire poco dopo accanto alla mia portiera. La apre.

«Posso fare anche da sola...» mi sfugge e me ne pento subito.

«Lo so... ma mi piace prendermi cura» si blocca.

Mi prende per mano e mi tira verso un portoncino.

«Aspetta, cosa stavi per dire?» gli domando curiosa.

«Non ti è sfuggito vero? Dicevo che mi fa piacere prendermi cura di te!» esclama a fatica.

«Non ho bisogno di qualcuno che mi curi...»

«Sei sempre così difficile Selene?» domanda e nell'istante in cui pronuncia il mio nome mi si gela il sangue.

Non gli ho mai detto il mio nome. Ne sono certa, perché non ci siamo ancora presentati.

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