Dopo un buon quarto d'ora passato a bussare invano, aveva infine deciso di rincasare anche lui.
Il pomeriggio era ormai inoltrato. Eren aveva terminato di studiare e sapeva di dover uscire: un incontro con Armin e altri amici lo attendeva. Eppure, qualcosa lo frenava. Il suo vicino era ancora rintanato nel proprio appartamento. Nessun rumore, nemmeno la televisione accesa. Il silenzio lo inquietava. Temeva che, una volta uscito, anche lui avrebbe avuto la stessa idea e si sarebbero incrociati proprio sulla soglia.
Aveva riacceso il telefono da un po', ma neanche lì c'era traccia di lui. Erano già le 19:00 e, come se non bastasse, lo sfondo del display gli procurava una stretta al cuore. Perché aveva ancora lui come sfondo? Bellissimo, certo, ma in quel momento non faceva altro che ricordargli quanto si sentisse confuso. Era bastato poco – solo dodici ore dal loro ultimo momento insieme – e Levi si era chiuso a riccio, proprio come lui sperava non accadesse.
Con un sospiro rassegnato, Eren aprì la porta... e se lo trovò lì, seduto a terra, mentre si stiracchiava gli occhi con aria assonnata e brontolava qualche bestemmia. Fece per richiudere la porta, istintivamente, ma Levi fu più veloce: la bloccò con la mano e spinse, entrando con decisione prima di richiuderla alle sue spalle con uno schianto.
Lo fissò dritto negli occhi. C'era una scintilla viva nello sguardo.
«Devo uscire» disse Eren, inghiottendo la saliva.
«Non vai da nessuna parte» ribatté Levi, facendo un passo avanti.
«Ho da fare» insistette Eren, arretrando.
«Non credo proprio» replicò, accorciando ancora di più la distanza.
Eren fece istintivamente un passo indietro. «Ti prego, Levi, per oggi... lasciamo perdere» sbuffò, più per esasperazione che per altro.
«Almeno lasciami parlare.»
Fu in quel momento che Eren notò il rossore evidente sulle sue guance. Senza pensarci, gli posò la mano sulla fronte.
«Levi, non ti è scesa la febbre» lo rimproverò con tono preoccupato.
«Dici? Allora... prenditi cura di me.»
«Sì, stai ancora male» mormorò Eren, accennando un sorriso.
«Allora vieni da me. Facciamo un bagno insieme.»
Gli baciò la gola. Eren si ritrasse appena.
«L'ultima volta nella vasca avevi un piranha» ribatté, ma sul volto di Levi si dipinse un sorriso malizioso.
«Allora restiamo qui da te.»
«Dovrei uscire» sospirò ancora.
«E mi lasceresti qui... solo e malato, con la febbre?»
Che sfortuna. Eren non usciva da secoli, troppo preso dallo studio e dal lavoro. Ora che finalmente aveva un'occasione, si ritrovava con il ragazzo mezzo moribondo tra le mani. Una vera beffa del destino.
«No...» ammise.
Levi abbassò lo sguardo, la voce più dolce. «Ero arrabbiato. Ma volevo pranzare con te.»
«Va tutto bene.»
«Solo perché sto male» mormorò.
«No. Non è per quello. È che... mi dà fastidio quando scarichi la tua rabbia su di me. E io, da idiota, me la prendo, come se fosse colpa mia.»
Proprio in quell'istante, squillò il telefono. Eren lo prese con sé e si lasciò cadere sul divano. Rispose con tono stanco: «Pronto?»
«EREN! Il telefono?! Ti sto chiamando da oggi pomeriggio!» tuonò Mikasa dall'altro capo.
Alzò gli occhi al cielo. «Dimmi, Mikasa.»
«Non liquidarmi così! Sembra che lo fai apposta! Ogni volta che ti cerco, sparisci. Se un giorno mi trovassi in pericolo, morirei prima che tu ti accorga di me!»
«Scusa» rispose, mentre Levi gli si avvicinava, afferrandogli la pelle della spalla con un morso giocoso.
«Domenica vieni?»
«Dove?» chiese Eren, trasalendo al contatto.
«A casa! Domenica è il pranzo di famiglia! Te ne sei dimenticato, vero?»
«S-sì...», farfugliò, mentre Levi scendeva con le labbra fino al collo.
«Allora vieni?»
«Non cre...», provò a rispondere, ma la mano dell'altro si insinuò sotto la camicia, tracciando linee languide sul suo petto, sfiorando i punti più sensibili.
«Eren?»
«Mikasa, che vengo a fare?» La voce gli tremava.
«Potresti dire a papà di Ackerman. Questa volta non porto Kei.»
«Non sono pronto per affrontarlo» si lamentò, cogliendo l'occasione per coprire un altro gemito.
«Prima o poi dovrai farlo. Se lo scopre da solo, ti uccide.»
«No, si sbagli. Mi uccide comunque...» mormorò, a fatica.
«Che stai facendo?»
Che sta facendo lui, piuttosto! Eren serrò le gambe, stringendo la mano di Levi. Lo fissò con uno sguardo fulminante.
«Posso richiamarti?» chiese infine, sconfitto.
«Vieni e basta.»
«Non lo so... Ackerman ha la febbre.»
Il diretto interessato si staccò, guardandolo interdetto. «E allora? È grande e vaccinato.»
«Che dolce» ironizzò Eren. «Grande o no, la febbre a 39 è alta per chiunque.»
Gli stampò un bacio veloce sulle labbra.
«Cerca di venire almeno per la mamma. Papà ha chiesto di te.»
«Non stento a crederci.»
«Eren...»
«Lo so, Mikasa, ma io... io voglio i fatti, non le parole. Può dirti che mi vuole bene, che è fiero di me. Ma se non me lo dimostra, a che mi servono?»
Riattaccò, lasciandosi andare sul divano con un sospiro. Finalmente Levi si era fermato.
«Non farlo mai più», lo implorò.
«Chi era?», chiese lui.
«Mia sorella.»
«Che voleva?» domandò, baciandogli il collo.
«Domenica devo andare dai miei.»
«A fare?»
«Ogni mese andiamo insieme. Ma l'ultima volta io e mio padre abbiamo litigato... e non voglio vederlo.»
Levi si chinò e cominciò a sbottonargli la camicia.
«Ed io che c'entro?» Eren lo fissò.
«Ho sentito il mio nome troppe volte per rimanere in silenzio...»
«Non possiamo parlare senza che tu... ahhh... mi faccia...»
«Eccitare?» sussurrò Levi, mordendogli un fianco.
«Devo dirgli di noi.»
«Apri le gambe.»
«Devi sapere che è uno all'antica. Se glielo dico, mi farà fuori!»
Anche se chi lo stava facendo fuori era quel piccolo ma grande uomo di fronte a lui che lo stava torturando alla follia!
Levi accelerò i suoi movimenti e il corpo di Eren reagì con un fremito.
«Se venissi con te?»
Oddio che follia! Cosa esattamente? Quello che sentiva o quello che aveva detto? No, non lo sapeva più!
«Levi, basta!»
«Perché? Ti voglio. Voglio sentirti stringerti a me, sentire il tuo respiro spezzarsi...»
Si leccò le labbra vedendo la testa scattare di Eren e continuò languido.
«Su Eren, lo so che mi desideri quanto io desideri te, voglio sentire le tue pareti che si stringono sulla mia carne, voglio sentirti gemere il mio nome, implorare di andare più forte mentre le mie spinte ti spezzano il respiro, mentre ti perdi nel piacere e ti abbandoni nelle mie mani»
Eren deglutì a fatica tutta l'eccitazione che quelle parole accompagnate a quella tortura gli stavano procurando.
«È... è la febbre che parla?», balbettò.
«Diciamo che mi aiuta a dire cose che non direi nemmeno sotto tortura.»
«Buono a sapersi», mormorò Eren, trattenendo il respiro.
Si perché senza volerlo venne nelle sue mani, tirò la testa all'indietro sul divano ed urlò il suo sollievo senza pensarci nemmeno, era in visibilio e si sentiva enormemente rilassato!
«Allora, puoi dirmi perché eri incazzato stamattina?»
Disse non appena si riprese da quelle sensazioni.
Lo guardò in volto con un leggero sorriso ma non sembrava avesse gradito la domanda.
«Lavoro» rispose, con uno sguardo che passò dal ghiaccio alla tempesta.
Eren accennò a una risata, cercando di spezzare la tensione. «Nulla di importante, quindi» disse, baciandolo.
«Moccioso?»
«Mh?»
«Se facciamo in fretta... ti lascio uscire.»
Forte
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Il mio primo amore
Romansa!!!In revisione!!! Attenzione, questa è una storia d'amore fra due uomini, quindi a chi da fastidio per favore cambi libro. Eren ha vent'anni, è ormai lontano da casa da un anno. Studia legge, lavora in un bar, e si è costruito una nuova vita a picc...
