Happy Birthday

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«Che dici di alzarci?» brontolò il tappo.
Sì, tappo. Sperò di non farselo mai scappare di bocca, altrimenti tappo ci diventava lui... a suon di pugni!
«Ma anche no» borbottò ancora mezzo addormentato. Possibile che anche la domenica si alzava così presto?
«Solito moccioso nullafacente.» brontolò il vicino.
«Mi spieghi cosa dovrei fare di domenica mattina?» si voltò a guardarlo infastidito sotto le coperte.
Lo guardò con il solito sguardo neutro, poi si avvicinò e gli stampò un bacio veloce.
«Festeggiare, magari.» sussurrò appena.
Eren si accigliò dubbioso. «Cosa?» chiese.
«La nostra conferma come coppia?»
«E come vorresti festeggiare?»
Ok sembravano domande stupide ma era abbastanza stupito da quella proposta.
«A me piacerebbe una sessione di...» gli lanciò un'occhiata allusiva. «...Ma è meglio se usciamo» concluse tornando a fissare il soffitto.
«Voglio dormire» dichiarò non completamente convinto di quello strano slancio.
Era confuso, da quando Levi voleva festeggiare come coppia?
In risposta, si ritrovò sollevato da terra e trasportato sulle sue spalle, strappato al calore del suo prezioso letto — o meglio, del letto del suo vicino! — in cammino verso il salotto. Lo adagiò sul divano e si sedette sopra di lui, infilandogli addosso una camicia che non era sicuramente di Eren.
«Adesso usciamo, prendiamo un bel cappuccino...» spiegò con tono da adulto che parla a un bambino, facendogli aggrottare le sopracciglia. «...ci rilassiamo, e poi ti porto a vedere una cosa.»
«Sicuro di stare bene?» trattenne a stento una risata.
«Avanti, moccioso» disse porgendogli un paio di pantaloni neri e attillati.
Lo guardò incerto. Come al solito, non lasciava trasparire nulla. Decise di assecondarlo: in fondo, che gli costava? Il sonno era ormai svanito.
Si vestì in fretta e salutò il gattone accoccolato sulle sue scarpe. Lo accarezzò con affetto, quasi incantato.
«È un maschio?» chiese, sapendo che era alle sue spalle.
«Femmina»
«Ti va se ti chiamo Noir?» si rivolse alla gatta.
«Penso le piaccia, ma perché Noir? È scontato» notò, osservando le carezze improvvise della micia, che si accucciò al suo fianco.
«Volevo chiamarla Giada, come la pietra verde, per i suoi occhi. Ma odio il nome Giada. Noir, nero, è molto più bello. E se nero è scontato, non immagino Gatto» lo rimbrottò.
Si alzarono entrambi e si incamminarono verso il bar in silenzio.
In macchina ad un certo punto, Levi iniziò a passarsi le mani tra i capelli, più volte, tanto da attirare la sua attenzione.
«Sei nervoso?» chiese interrompendo quel pesante silenzio che si era venuto a creare.
Non distolse lo sguardo dalla strada e continuò a camminare. La mano, però, non smise di passare ritmicamente tra le ciocche.
Solitamente non parlavano molto in macchina, al limite girava un po' di musica, ma si sentiva strano e quel gesto ritmico sembrava più uno scarica stress.
Appena varcarono la soglia del locale, un fragoroso «Buon compleanno!» gli perforò i timpani. Sobbalzò.
Sgranò gli occhi per la sorpresa. Ma non per il compleanno ma perché C'erano tutti. E con tutti intendeva anche suo padre!
"Cristo".
«Buon compleanno, figliolo mio» lo abbracciò sua madre.
Accorsero anche Mikasa, Marco... e Armin. E in un attimo si ritrovò sommerso dagli amici.
Avrebbe dovuto essere felice, ma la presenza del padre al bancone e di Levi alla porta, ai due poli opposti della stanza, gli mise addosso una tensione tale da impedirgli di rilassarsi.
«G-grazie» balbettò, imbarazzato.
Effettivamente non si era nemmeno ricordato del suo compleanno, non avrebbe mai immaginato che si sarebbero riuniti tutti al bar per festeggiare, significava tenere il locale chiuso e...
CHI aveva convinto esattamente Levi a portarlo lì?
No non riusciva decisamente a rilassarsi, la sua testa stava viaggiando in mille pensieri e congetture diverse!
«Avrei da dirti una cosa, visto che ci siamo» sussurrò all'orecchio della madre. Arrossì vistosamente quando lei gli lanciò uno sguardo sornione, accompagnato da quel solito sorriso da Ho capito già tutto.
La mamma è sempre la mamma.
Eren si allontanò dalla folla intento ad accaparrarsi dolci e salatini, segnandosi mentalmente di recuperare il povero vicino che aveva visto sbuffare del caos poco più al lato dell'ingresso, probabilmente tentato da una gloriosa fuga.
Si ritrovò il padre piazzato davanti il buffet che lo fissava con aria minacciosa. Deglutì.
«Papà?»
Il padre lo fissò impassibile, con le braccia incrociate. Si sentì come una di quelle figlie che scelgono fidanzati simili al proprio padre.
Se ne accorse solo allora: lui e Levi si somigliavano parecchio.
«I-io dovrei... parlarti» sussurrò, percependo il suo sguardo glaciale su di sé. Alla fine avrebbe dovuto affrontarlo per forza, la settimana seguente avrebbe dovuto prendere il coraggio a due mani e andare a quello stupido pranzo di famiglia che avevano messo su una domenica al mese.
«È il tuo compleanno. Se devi dirmi qualcosa che sai mi darà fastidio, evita di rovinarti la giornata... figliolo»
Quel figliolo pronunciato quasi dolcemente lo spiazzò. Incontrò i suoi occhi e sentì le lacrime salire. Era in momenti come quello che si pentiva di pensare sempre male di lui, o di perdere la pazienza.
«Posso abbracciarti?» chiese a bassa voce.
Tese le braccia verso di lui, sospirando. Eren si ci fiondò senza esitazione.
«Evita di piangere» aggiunse con una nota di piccato fastidio.
Sbuffò rumorosamente, trattenendo a fatica l'impulso di mandarlo al diavolo. Riusciva sempre a rovinare tutto... e a fargli venire in mente i migliori insulti del mondo.
«Avanti, mangiamo qualcosa» gli scompigliò i capelli, poi si staccò con gentilezza. Eren rimase voltato verso il bancone, respirando profondamente... poi si buttò nella mischia.
Notò Levi seduto in disparte ad un tavolo, intento a... lavorare? Si accigliò e guardò Mikasa, che aveva notato la stessa cosa. Si avvicinò con in mano un piatto di cibo e cercò un contatto con i suoi occhi.
«Ehm... non avevi detto che volevi prendere un bel cappuccino?» accennò un sorriso timido.
«Era solo un diversivo per portarti qui. Me l'ha chiesto Marco» rispose, senza alzare lo sguardo dalle carte.
«Quindi non mi devi nemmeno portare a vedere "una cosa"?» insistette.
Gli lanciò un'occhiata di sottecchi. «Nemmeno» e tornò sulle carte.
Sbuffò, posò i piatti davanti a lui e incrociò le braccia.
Arrivò in suo soccorso Marco, tutto sorridente, che gli strappò i fogli da sotto il naso e li infilò in una cartelletta, lasciandolo interdetto.
«Ma che cazzo fai?» sbottò Levi.
«È una festa di compleanno, non uno studio privato. E il festeggiato è il tuo ragazzo!» lo rimproverò.

Il mio primo amore Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora