Capitolo 15: La Domatrice

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Faceva freddo. L'unica cosa di cui mi resi conto in quel primo momento fu il gelo che si era impossessato delle mie ossa. Mi strinsi le braccia intorno al corpo coperto solo dal pigiama. Dove diavolo ero finita? Come ci ero finita?

Davanti ai miei occhi si stagliava una stanza immersa nella penombra. Nessuna porta, nessuna finestra. Le mie spalle erano appoggiate alla parete gelida. Nelle orecchie avevo un suono angosciante: la lancetta di un orologio che ticchettava sinistra.

TIC-TAC

TIC-TAC

TIC-TAC

Sempre più forte, sempre più inquietante. Mi coprii le orecchie con le mani e mi guardai intorno in cerca di un modo per uscire di lì.

La stanza in cui mi trovavo era circolare e piena di quelle che sembravano botole rotonde. Ognuna di queste aveva un coperchio in legno di un colore diverso. Quel posto mi sembrava stranamente familiare.
D'un tratto sentii uno scricchiolio alla mia destra. Mi voltai spaventata, giusto in tempo per vedere il coperchio della botola nera aprirsi da solo.
La mia mente mi diceva di fuggire ma la razionalità ebbe la meglio sulla paura: forse era una via d'uscita!
Piano, staccai un piede per volta da quel pavimento di ghiaccio per sbirciare nel buco oscuro. Il freddo si faceva più intenso man mano che mi avvicinavo. Mi inginocchiai vicino al coperchio aperto e allungai il collo per guardare giù...
D'un tratto un braccio deforme uscì fuori, mi afferrò per un polso e mi trascino dentro il pozzo. Precipitavo e non sapevo come fermarmi, mi sarei schiantata al suolo.

– Nina!–
Mi svegliai di soprassalto e la prima cosa che notai fu il viso di Chris chino su di me.

La seconda fu la eco di un urlo terrorizzato che ancora riecheggiava nelle mie orecchie, il mio urlo.

Avevo gridato nel sonno senza nemmeno rendermene conto. Respiravo male per l'agitazione e mi veniva da vomitare. Quel sogno mi era sembrato così reale.

Guardai confusa il ragazzo che mi stava davanti, ma che ci faceva lì?
– Non ti preoccupare. È stato solo un incubo – disse accarezzandomi i capelli per calmarmi – ti ho sentito urlare e la porta era aperta. –

Dovevo aver strillato davvero forte per averlo svegliato.
Mi asciugai le lacrime sussurrando delle scuse. Mi faceva male la gola.
– Ti va di raccontarmelo? –

Feci cenno di no con la testa e mi raggomitolai ancora di più su me stessa nascondendomi quasi completamente sotto la coperta. Avevo l'immagine di quel braccio orripilante impresso sulle palpebre e sentivo ancora la presa di quelle dita deformi sul mio polso.

– Scusa – dissi di nuovo – torna a dormire, adesso mi passa. –

Chris si alzò dal letto ma non uscì dalla stanza. Senza alcun preavviso mi prese in spalla con tutta la coperta e mi portò fuori dalla stanza.

– Ehi! Che fai?– cercai di protestare tirandogli anche un paio di calcetti – mettimi giù –

– No, qui ci vuole una terapia d'urto – ridacchiò lui.

Dopo qualche istante mi lanciò quasi letteralmente su uno dei divani del salotto – aspetta qui – mi disse prima di sparire di nuovo in corridoio.

Accesi immediatamente la lampada che avevo di fianco, non mi andava di stare al buio nemmeno per un istante. Pochi minuti dopo Chris tornò con un computer portatile in una mano e un sacchetto di patatine nell'altra.

– Film!– disse euforico mentre si sistemava sotto la coperta di fianco a me – e non dire che non ti va, è esattamente lo sport di punta dei divanari. –

Risi di gusto dimenticandomi della paura – che film guardiamo?–

– Un horror ovviamente, è la cosa migliore per scacciare gli incubi. –

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