Capitolo 28 - Contrasti interni.

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Era passata un'altra settimana con estrema lentezza e la stanchezza si faceva sentire sempre di più.

Non vedevo l'ora che arrivassero le vacanze natalizie.

Un mesetto circa e sarei tornata a Miami e avrei accantonato l'università per una settimana e poco più.

Non vedevo l'ora di ritornare a casa mia, gettarmi sul letto comodo della mia camera per poi partire per Chicago, con l'intenzione di andare a trovare i miei parenti e passare le feste con loro, com'era giusto che fosse.

Sharon cominciava già a rompere le scatole per la giornata di capodanno: naturalmente voleva passarlo in compagnia dei nostri amici e tutti si mostrarono d'accordo quando, nella caffetteria del campus, ne parlammo.

«Natale con i tuoi, capodanno con chi vuoi», ripeté più volte Trevor.

Era uno dei detti più famosi ed io lo trovavo anche corretto.

Per me andava bene qualsiasi cosa, non mi tiravo mai indietro.

Solo non capivo perché ne parlassero già un mese prima, ce n'era di tempo a disposizione.

Lo feci notare e Margaret rispose: «Meglio organizzarsi bene! Sennò poi i piani vanno sempre a rotoli».

Una conversazione tranquilla si trasformò ben presto in un dibattito vero e proprio.

Stavano proponendo vari luoghi dove passare il capodanno e nessuno si trovava ad essere d'accordo con l'altro.

Brian e Alex proposero di andare da loro, a San Francisco, dato che avrebbero avuto la casa libera perché i loro genitori sarebbero stati invitati ad una festa fuori città.

Margaret però non era d'accordo: «Voglio cambiare aria! Ho passato ogni anno della mia vita lì!», aveva esclamato.

Allora Trevor propose di andare a fare un campeggio, nella nostra città.
Ma io e Sharon abolimmo immediatamente l'idea.

Come si poteva organizzare una cosa del genere a Miami? E con quel freddo, poi?

Così Sharon propose di restare ad Orlando ma tutti noi volevamo cambiare aria e mollare l'università e i nostri doveri per un po', senza doverci pensare ogni volta che ci capitava di passare per la strada.

Per ultimo, a parlare, fu Paul.

«Possiamo andare a Los Angeles, lì le temperature non sono altissime e potremmo avere una villa tutta per noi. È di mio zio ma sta lì soltanto per l'estate. Non ci darà problemi», propose e tutti, dopo varie discussioni, restammo in silenzio riflettendo sulle sue parole.

Effettivamente non era una cattiva idea, si poteva fare e tutti sarebbero stati accontentati.

Rimanemmo per il "si", ma ci avremmo pensato bene soltanto tra un po', quando sarebbe arrivato il momento.

Era sabato ed era primo pomeriggio e, pian piano, ognuno di noi si ritirò nella propria camera per andarsi a preparare per la sera.

Avevamo intenzione di ritornare in quella discoteca extralusso, in cui avevo conosciuto quel ragazzo che sembrava simpatico.

Di cui, però, non ricordavo affatto il nome.

Ero pessima.

Quando finalmente, dopo aver aspettato che Sharon finisse di farsi la doccia e aver parlato un po' al telefono con mia madre, mi infilai in bagno e successivamente sotto il getto dell'acqua calda.

Ripensai a tutto quello che mi era accaduto in poco tempo, a come molte cose erano cambiate e quante, invece, erano rimaste le stesse.

E, inevitabilmente, il mio pensiero finì sul mio migliore nemico.

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