Capitolo 41 - Portami via.

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«Ignorala, Ally», mi consigliò Margaret afferrandomi per il braccio e tentando di trascinarmi via.

La scena che si svolgeva davanti ai miei occhi mi fece innervosire non poco, poiché quella gatta morta di Diana Milton non faceva altro che attaccarsi al braccio di Kyle e palpare il suo bicipite, con un sorriso da smorfiosetta e commenti da perfetta adulatrice quale era.

Lui, d'altro canto, non sembrava considerarla più di tanto.

Certo, non la scansava mica, ma in fondo perché avrebbe dovuto farlo?

La cosa che però mi fece scattare fu il gesto della mia amica mora che, nonostante avesse avuto buone intenzioni, mi infastidii particolarmente.

Dopo tutto quello che avevo passato anche il minimo contatto fisico con altri esseri umani mi importunava molto, e non riuscivo a trattenermi.

Pure durante la mattina, quando per sbaglio uno studente del mio stesso corso di psicologia mi urtò la spalla, per poco non scoppiai.

Mi sentivo ridicola, ma non riuscivo a fare altrimenti.

Così, scostai in modo brusco la mia amica e le lanciai un'occhiataccia.

«Non devi toccarmi», gridai, in preda al panico.

Lei mi guardò sconcertata.

Ero consapevole del fatto che potessi sembrare una pazza agli occhi di tutti, dato che nessuno era a conoscenza del mio segreto, di ciò che avevo subito, a parte Kyle.

Nemmeno con i miei migliori amici ero riuscita a parlarne, poiché erano passati soltanto due miseri giorni e il dolore era ancora troppo vivo.

E, in più, per qualche ragione me ne vergognavo molto.

Mi sentii addosso gli occhi di tutti i presenti, dato che ci trovavamo nel cortile sul retro durante l'ora di pranzo.

C'erano parecchie persone, ma non mi interessava di nessuno.

Gli unici occhi che cercai furono quelli di lui, che naturalmente erano già su di me.

Aveva un'aria severa, ero consapevole del fatto che volesse ucciderlo con le sue stesse mani e potevo scommettere sul fatto che, nonostante mi avesse promesso di lasciar perdere, non avrebbe mantenuto la parola.

Ma, per fortuna, non era ancora riuscito ad incrociarlo.

E sperai che ciò accadesse il più tardi possibile.

Rimasi ad osservarlo per qualche secondo, poi corsi via, lontana da tutti gli sguardi indiscreti, dalle chiacchiere della gente e dalla confusione che avveniva non solo fuori, ma anche dentro la mia testa.

Volevo rimanere sola, ma allo stesso tempo ne avevo paura, poiché una volta al silenzio i miei pensieri avrebbero cominciato di nuovo a viaggiare alla velocità della luce.

E, proprio quando varcai l'ingresso del dormitorio, mi sentii afferrare per il polso.

Sobbalzai dallo spavento e mi voltai di scatto, con gli occhi infuocati, pronta per un nuovo scontro verbale.

Ma, quando mi scontrai con i suoi occhi scuri, mi annullai completamente.

In un momento, mi ritrovai catapultata tra le sue braccia, ancora una volta, e fu bellissimo.

Era straordinario il potere calmante che riusciva ad avere su di me, era magico il fatto che mi sentissi talmente bene con lui da dimenticare tutto il resto, mentre con il resto della gente avevo problemi anche a lasciare che mi sfiorassero per sbaglio.

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