Capitolo 39 - Pensieri killer.

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«Dimmi che le vacanze non sono terminate, ti prego», mugugnò Sharon, gettando la valigia sul pavimento della nostra camera al campus.

Sbuffai, dopo aver fatto la stessa identica cosa con la mia valigia e mi gettai a peso morto sul mio letto, infilando la testa sotto al cuscino profumato.

«Mi dispiace deluderti», borbottai chiudendo gli occhi «Ma in veste di migliore amica ho il compito di essere sincera con te».

Sentii, poco dopo, il suo peso sul mio letto: sintomo che si era accomodata al fianco del mio corpo in quel momento inerme.

Poi la sua mano mi accarezzò un braccio.

«Bene. Ma anche io devo essere sincera con te e non mi va di vederti in questo modo, Ally», disse.

Sorrisi tristemente, poi mi voltai nella sua direzione ed aprii un occhio per guardarla.

Sembrava proprio preoccupata per me.

«Sto bene, okay?» affermai, tentando di convincerla.

Si strinse nelle spalle, poi si chinò verso di me e mi stampò un bacio sulla guancia.

«Lo spero con tutto il cuore, anche se non sei credibile per niente», replicò ed io ridacchiai.

Poco dopo, mi disse di telefonarle se mai avessi avuto bisogno di lei, poi uscì dalla stanza lasciandomi da sola.

E forse era meglio così: dovevo rimanere da sola e riflettere su praticamente ogni cosa.

Avevo evitato di pensare durante i giorni passati, perché poteva essere un suicidio, a volte.

Pensare poteva essere pericoloso quanto lanciarsi giù da un dirupo, senza nessuno che ti tende la mano o prova a salvarti, ed io non volevo farmi male.

Eppure era inevitabile, dovevo mettere in chiaro ciò che provavo, dovevo riflettere su tutto ciò che stava succedendo e dovevo farlo da sola, poiché la battaglia più grande si stava svolgendo dentro di me e non fuori.

Ero perennemente in contrasto con me stessa.

Il problema? Non era accaduto niente.

Nulla di nulla, e ciò mi aveva lasciata delusa e con una scia di amaro in bocca.

Risvegliarmi il mattino dopo e non trovarlo lì non fu affatto una sorpresa, me lo immaginavo.

Ma non mi aspettavo di venire ignorata da lui, totalmente.

Per tutti i giorni seguenti si comportò come se non esistessi, come se la notte prima non fosse accaduto nulla.

Non mi rivolgeva la parola e se tentavo di parlargli trovava sempre una scusa per scappare via.

Il suo atteggiamento, oltre a farmi arrabbiare, mi aveva lasciata con un dubbio perenne.

Chi era davvero questo ragazzo?

Al momento, per me, equivaleva ad una grande incognita a cui non riuscivo, nonostante i vari sforzi, a trovare soluzione.

Mi aveva fatto male il suo comportamento, inutile negarlo.

Mi sentivo ferita e usata, ed era la sensazione più brutta che potesse esistere.

Ma non avevo versato una sola lacrima, non ci ero riuscita, ed era meglio così.

Forse era la volta buona per andare avanti, per lasciarlo perdere, per allontanarlo una volta per tutte da me.

Perché non si sapeva mai cosa gli passava per la testa, perché con lui niente era mai certo, ed io di certezze ne avevo bisogno eccome.

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