1° capitolo

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Mi chiamo Crystal, ma questo non è sempre stato il mio nome. Il mio vecchio nome, era Samantha, o meglio, la vecchia me. Quello è stato il mio nome, fino a quando ho scoperto di non essere umana. Strano a dirsi, partorita da umani ma non avere nulla di umano, se non l'aspetto.

Tutto è iniziato un giorno, al Lucca Comics. La mia vita non era emozionante, era statica; sapevo che non stavo vivendo, ma prendevo le cose come venivano senza cambiarle o andarmi a prendere quello che volevo. Ero una cagasotto fenomenale, paurosa di tutto, persino di mettere il naso fuori di casa.

«Dai sarà bellissimo!» disse tutta eccitata la mia migliore amica.

Si riferiva all'evento nerd a cui avremmo preso parte qualche giorno dopo.

Vanessa era una ragazza molto bella: folti capelli ricci di un castano chiaro con uno shatush naturale. I suoi occhi erano verdi, un bel verde, bassina come me e aveva due anni in più della sottoscritta. Faceva strage di cuori, lo sapeva, ma non lo voleva ammettere. Ogni tanto se la tirava credendo che tutti la desiderassero o la invidiassero, il suo fisico glielo permetteva: bei fianchi, bel seno, bel sedere; al contrario di me, che di bello allo specchio non vedevo nulla.

I miei lucidi capelli neri non avevano forma, un mosso che arricciavo con l'arriccia capelli; avevo occhi altrettanto scuri, portavo gli occhiali ed ero in sovrappeso.

Io e Vanessa avevamo in comune tante e poche cose. La passione per le cose nerd ci univa e anche per l'arte: lei dipingeva, io scrivevo qualcosa. Non ero sicura di me, la mia autostima era sotto lo zero e credevo che le cose che creavo facessero schifo, un po' come me.

Avevo iniziato a scrivere verso i dodici anni, proprio quando iniziò il bullismo. Mi nascondevo nella scrittura perchè in lei mi sentivo sicura di essere quella persona imperfetta e complicata senza aver paura di non sentirmi abbastanza.

Vanessa cercava a modo suo di aiutarmi a sbloccare, non era un tipo sdolcinato che consolava, preferiva riempirti di schiaffi e dirti «Smettila di piangere!». Perché sì, ero fatta di cristallo, ero una ragazza troppo emotiva, troppo sensibile, piangevo per tutto e per nulla. Bastava poco per ferirmi, per fendermi e farmi infrangere in mille pezzi dispersi e non più ricongiungibili.

Ero un ammasso di "troppo" di cose sbagliate e un "non abbastanza" di cose giuste.

Eravamo in un pullman che ci avrebbe portato a Lucca da una cittadina sperduta del Molise. Io e Vanessa era da una vita che volevamo andare al Lucca comics, avevamo le mensole piene di libri gadget e action figure.

Sette ore maledette ora in quel barattolo ambulante, pieno di ragazzi sudati e urlanti. Fino a qualche anno fa era uno sociofobica incallita, non che adesso mi sia passata, ma sono migliorata.

Se avessi affrontato questo viaggio a sedici anni invece che diciannove, sarei stata perennemente a disagio, con le risate degli altri che mi avrebbero dato fastidio credendo fossero rivolte a me.

Avevo il terrore di essere derisa e umiliata, merito di tutti quegli anni di bullismo, anche se a diciannove anni non era cambiato molto, ma stavo imparando a fregarmene.

«Sam non vedo l'ora!» esclamò Vanessa.

«Anche io!» esclamai guardando fuori dal finestrino.

Vanessa odiava chiamarmi Sam, non era tipo da diminuitivi, mi chiamava Sam perché Samantha era troppo lungo da pronunciare, infatti anche lei preferiva essere chiamata con il diminutivo rafforzato dall'accento tipo Vané invece che Vane.

Mi persi fra i fronzoli dei miei pensieri mentre guardavo fuori dal finestrino. Ero una sognatrice ad occhi aperti cronica e i finestrini degli autobus facevano venire l'acquolina in bocca a una come me.

Cristallo e DiamanteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora