3° capitolo

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All'inizio dopo aver inviato il messaggio sentii come se avessi fatto una cazzata- quado facevo una cosa nuova mi sembrava sempre di fare una cazzata-e in preda al panico aspettavo una risposta di Curt magari per annullare il sì.

Tornai a casa nervosa, tremante e con mille pensieri per la testa, non stavo un attimo ferma per l'agitazione.

Sentii il cellulare vibrare: era Curt.

Mi diede delle indicazioni da seguire, delle scuse, delle risposte pronte da dare, avevo camminato per casa tutto il tempo, avevo percorso ogni perimetro del pavimento che improvvisamente mi era sembrato troppo poco da percorrere, se avessi potuto avrei camminato anche sulle pareti

«Pronto» la voce scrollò.

«Sam» esordì Curt con torno felice «Finalmente, sono contento della tua scelta ora ti dico quello che devi fare» disse.

Mi diede delle indicazioni da seguire, delle scuse, delle risposte pronte da dare.

«San Francisco!?» esclamai al telefono.

«Cosa urli?!» rispose quella schizzinosa di mia sorella «Io sto studiando» disse lei mentre chattava con il fidanzato al cellulare, stando davanti inutilmente a un libro aperto di greco.

Io la ignorai, Curt aveva detto che avrebbe pagato lui i biglietti per l'America, esattamente per San Francisco, avrei dovuto confermare quanti, vedendo com'erano i miei mi avrebbero accompagnato.

La sera a cena, con il sudore freddo, il nervosismo e l'ansia presi parola.

«Mamma, papà» proferì attirando la loro attenzione «Ho trovato lavoro» e prima che dicesso qualcosa dissi di fretta «Una azienda di San Francisco ha risposto al mio curriculum» inventai.

Con l'aiuto di Curt stampai una finta lettera di convocazione.

Venni inondata da un fiume in piena di domande.

«Sicura che non è una truffa? Così lontano? Di cosa si tratta? E tu sei sicura? Tu cosa farai?».

Io risposi a tutte le loro domande con tensione, e aspettai una risposta.

«Io ti lascerei andare» disse papà, oddio che groppo il gola quel momento «Solo se ci fai conoscere l'azienda lì» propose il compromesso.

Io raccontai dei biglietti e tutto e prima ancora di lasciarmi andare i miei mi annegarono in un oceano di raccomandazioni e qualche girono dopo riuscii ad evadere da quella città molisana che non mi aveva mai capita e non mi aveva mai dato l'occasione di vedere quanto valevo.

Quando preparai le valige era un continuo nervosismo: avevo un guardaroba orribile e non sapevo come era il tempo lì e se i miei vestititi fossero stati adeguati; già mi immaginavo in un posto tipo una scuola per persone speciali, ma dove i bulli c'erano anche lì, e mi avrebbero bullizzata e derisa, e mi sarei sentita peggio, sola e lontana da casa. Ebbi un principio di attacco di panico, ma ricordavo le parole che mio padre diceva sempre: non fasciarti la testa prima di rompertela. Una bella frase, ma inutile a chi soffre di ansia.

Salutai Vanessa con un abbraccio forte che non ricambiò nel tutto, forse perché non aveva mai creduto che sarei stata in grado di andare così lontano senza di lei, visto che volevo la sua compagnia anche per andare al bagno.

«Ora imparerai l'inglese» disse semplicemente, era sempre stata di poche parole quando si trattava degli altri quindi non me la presi anche se da lei avevo sempre cercato più affettuosità che non era stata mai in grado di darmi.

«Ci sentiremo, tranquilla» le dissi «E ti manderò dei regali e delle foto» dissi ridendo.

«Ecco brava» rise pure lei.

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