29° capitolo

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Mi ritrovai sola in un locale dell'area davanti a un Kamikaze, un cocktail, per scanso di equivoci.

«Respira» Amber si sedette accanto a me al bancone «E' solo una brutta giornata, non una brutta vita» mi disse sorridente.

«Macklemore» risposi io sorridendo.

«Lo amo» rispose lei, ridendo ordinando una birra.

«Non ti piacevano le donne?» chiesi retoricamente con ironia.

«Oh sì» rispose bevendo un sorso dalla sua birra «Lui è uno dei pochi uomini che poeticamente amo» concluse facendomi ridere.

«Che hai?» chiese più seria.

«Curt.. credo mi odi ora» dissi malinconicamente.

Avevo creduto così tanto il quel professore, era diventato il mio mentore oltre Chris, non potevo sopportare che ora provasse che sentimenti restii e neri.

Raccontai ad Amber l'accaduto e lei annuì con la testa bevendo la sua birra.

«Non ti odia, Sam» iniziò Amber «So cosa vuol dire odiare qualcuno, quando un attimo prima era la tua famiglia» disse con tono amaro e occhi tristi.

«Io non odio Curt» le spigai

«E nemmeno lui odia te, deve solo capire che tu non sei religiosa come lui» mi spiegò «Io so riconoscere l'odio, il disprezzo, il disgusto» disse così con tanta evidenzia che iniziavo a credere che era lei che provava questi sentimenti.

«Per chi provi questi sentimenti?» chiesi.

«Si vede?» rispose con un'altra domanda.

«Io lo vedo» risposi con conforto.

«Certo che sì, sei intelligente e hai questa cosa, questa cosa che ti fa capire tutto al volo, noti gli sguardi, il tono, tutti i dettagli, ci serviva una come te in squadra» dichiarò sorridendomi.

«Questa cosa si chiama sensibilità, la dote di ascoltare l'anima» risposi forse con poca modestia.

«La mia famiglia» sputò il rospo «Odio la mia famiglia e lei odia me. La mia vita familiare in generale è fatta di odio, ecco perché lo riconosco. Disgusto per quelle persone che credevo mi amassero invece appena sono diventata questo» tramutò le sue unghie in artigli «Per loro non sono stata più loro figlia o sorella» affermò con disprezzo evidente.

«Cosa è successo?» chiesi.

Non mi rispose subito, bevve prima: quel modo di bere per mandare giù il dolore se non per annegarlo.

«Non racconto la mia vita, ma guardandoti so che di te mi posso fidare. Incuti fiducia» mi elogiò.

«Grazie» risposi con un sorriso.

Non era la prima che me lo dicevano, era in questo modo che ero la banca dei segreti della gente, incutevo fiducia e sicurezza.

«Un benestante inglese, un giorno incontrò una ricca ragazza americana in vacanza all'Londra» iniziò il racconto quasi con scherno «La superficiale americana decise di farsi portare all'letto dall'inglese all'antica, ma non ci riuscì. Così a furia di provarci, lei si innamorò e così anche il ragazzo. Si sposarono e lei si traferì da lui» fine prima parte del racconto della sua famiglia con un intervallo di due sorsi di birra.

«Dopo aver messo su una bella casa così lussuosa che tutti i vicini invidiavano, la bella americana che teneva così tanto alla sua linea, decise di far vedere alle altre donne che poteva essere mamma, a dispetto di chi non poteva e rimanere comunque in forma a dispetto di chi era ingrassata. Così nacque la primogenita, identica al padre. Pure nel cervello, non era un oca giuliva come lei: il cui unico interesse era essere bella, invidiata da tutti ed essere guardata» fine seconda parte, tracannò un sorso dalla seconda birra.

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