Capitolo 47

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La causa.

Quella mattina mi resi conto di quanto mi sentissi a casa accanto a Dylan. Feci scivolare le lenzuola nere fino ai piedi e misi una mano sotto al mento, fissando il bell'imbusto che dormiva di fianco a me. Aveva le braccia sotto al cuscino e la testa piegata verso la mia direzione, la sua bocca era semiaperta e le sue ciglia lunghe facevano ombra sui suoi zigomi, sembrava un angelo. Ma di quelli maledetti. Passai una mano sul suo ciuffo riccioluto e sbuffai, ripensando alla sera prima. Paula era all'ospedale e Rob libero di andarsene in giro, libero di poter finire l'opera già iniziata e uccidere Paula, sarebbe stata una catastrofe.

<Mi stai fissando?> Una voce roca strappò la mia mente da quel silenzio. Sghignazzai e mi rigettai sul cuscino.

<Forse. Un pochino.>
<È maleducazione, non te l'hanno insegnato?>
Sbuffai. <Ma stai zitto, non sai nemmeno cos'è il bon ton> Ironizzai, facendogli la linguaccia.
<Sicuramente so come farti godere, però> Disse con tono sicuro, stiracchiandosi. Io, nel medesimo istante in cui pronunciò quelle parole, arrossii come un pomodoro e rimasi in silenzio, consapevole di essere stata sconfitta al mio gioco.

<Hai intenzione di andare a trovare Paula? Io sì> Cambiai discorso, schiarendomi la voce con un colpo di tosse. Dylan si voltò su un fianco e mi guardò.
<Non penso. Ha bisogno di riposo e chiaccherare la farebbe agitare ancora di più, manderò qualcuno a sorvegliarla>
<Sorvegliarla?> Domandai, stupita. Per quale motivo Dylan voleva mandare uno dei suoi a tenere sotto controllo Paula? Forse sapeva di Rob? Oppure sapeva che Paula era in pericolo di vita?

<Ehm> Prese una lunga pausa di riflessione. <Sì, ehm, vedi...per evitare che l'uomo che l'ha picchiata ci riprovi ancora>
<Come fai a sapere che è un uomo?> Ribattei.
<Oh Gesù!> Esclamò, stanco. <Uomo, donna...che differenza fa! Il mio amico la proteggerà. Punto. Arya? Punto.>
<Volevo soltanto chiedere...non si sa mai> Mi scrollai dai piedi le lenzuola e mi diressi, nuda, verso la stanza da bagno. Mi allungai verso la manopola dell'acqua della doccia e sentii il getto di acqua bollente graffiarmi la schiena. Inspirai profondamente, quando due mani si posarono sui miei fianchi e una calda ed umida lingua strisciò sul mio collo.

<Dylan, che fai?>
<Ti tocco. Che c'è? Ora non posso?>
<N...no, ma ancora? Stanotte abbiamo dormito a mala pena> Sentii la sua risata.
<Mi sembra che tu stia bene, o mi sbaglio?> Disse, ironicamente. Io ruotai gli occhi e lo schizzai.
<Togliti, lasciami fare la doccia in pace> Risi, continuando a schizzarlo.

Ad un certo punto un cellulare cominciò a squillare e Dylan drizzò le sue antenne in un modo quasi inquietante. <Devo rispondere>

<Ah> Si allontanò e per poco sembrò che volesse volare per poter rispondere il prima possibile, cosa che non aveva mai fatto. Tentai di ascoltare qualche stralcio di conversazione, ma niente...era troppo lontano. Così continuai la mia doccia e, fino all'ultima goccia di balsamo, non smisi mai di pensare a Paula e a quello che le era successo. A Rob e a quanto mi avesse delusa. Alla mia vita e a quanto fosse cambiata da quando ero entrata all'All Black. Succedeva sempre sotto la doccia...pensare, pensare e pensare ancora, fino a che l'acqua non diventava fastidiosamente calda a contatto con la pelle ancora più calda e rossa.

<Arya?> Dylan mi chiamò.
<Devo uscire, torno dopo pranzo>
<E dove devi andare?> Ribattei con voce infastidita.
<In un posto. Tu non preoccuparti.> Urlò.
Inspirai ed espirai con tutta la calma del mondo e, poi, risposi.
<Va bene> Dissi a denti stretti. Sentii la porta di casa sbattere e qualcosa cadere e rompersi. Alzai gli occhi al cielo, era la quarta volta che faceva cadere uno dei quadri appesi alle pareti, perché non era in grado di chiudere la porta con grazia e tranquillità. Uscii, quindi, dal box doccia e misi intorno al mio corpo un soffice asciugamano abbastanza ampio da coprirmi il busto e metà cosce. Sbuffai allo specchio, guardando il mascara colato sotto gli occhi e sbavato sulle guance...ero inguardabile. Altro che panda, qua sembrava che mi avessero preso a pugni in un incontro di lotta. Allora presi una salvietta struccante e il solito pallore tornò a palesarsi sul mio volto. Lasciai i capelli bagnati, che raccolsi in una crocchia mal fatta e storta come la torre di Pisa, e indossai le mutande ed il reggiseno. Ad un certo punto mi venne in mente un'idea. E se Rob fosse stato in grado di trovare le lettere e farle fuori? Tutte le prove contro di lui sarebbero sfumate nel nulla...avrei dovuto fare qualche copia. Camminai velocemente verso la camera da letto di Dylan, la quale, ormai, era diventata anche mia, ed estrassi dal cassetto tutte le lettere. Poi mi affrettai verso l'ufficio in cui Dylan spesso era intento navigare su internet con il suo computer e cominciai a fare delle fotocopie. Tuttavia, proprio mentre l'ultima lettera stava per essere fotocopiata, sentii la porta di casa aprirsi. Strano, Dylan se n'era appena andato e le chiavi di casa non le possedeva nessuno, a parte me, Dylan e...Rob! Feci un sussulto dalla paura, ma decisi comunque di fare l'ultima copia. Poi nascosi il tutto in uno scompartimento accanto alla stampante e sgattaiolai fuori dalla stanza. Riuscivo a sentire qualcuno che pesticciava al piano di sotto con passo pesante e il cuore cominciò a scalpitare e a battere all'impazzata. Ero come congelata, non sapevo cosa fare. Ero l'unica, oltre a Paula, a conoscere la verità e, di conseguenza, sapevo che Rob era un assassino.

ALL BLACK || Dylan O'BrienDove le storie prendono vita. Scoprilo ora