Taxi per Sherlock Holmes

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Non appena ebbero varcato la soglia del 221B, Sherlock se ne uscì con una richiesta quanto mai insolita.
-Mi presta il cellulare?
John aggrottò la fronte, confuso, non capendone il motivo, dato che il detective aveva in mano già il suo.
- C'è la possibilità che il mio numero possa essere riconosciuto-spiegò il detective, intuendo la sua  domanda inespressa.-È sul mio sito web.
Il biondo dovette intimamente concordare, ricordando solo in quel momento il sito, a cui aveva dato un'occhiata il giorno prima. Si intitolava "La scienza della deduzione": in esso Sherlock illustrava tutte le tecniche attraverso cui era possibile dedurre qualsiasi cosa su qualsiasi individuo: un esempio era riconoscere un pilota di linea solo dal suo pollice sinistro.
Inizialmente gli erano sembrate sciocchezze del tutto prive di senso, o nient'altro che esagerazioni. Ma dopo aver sentito il detective sparare deduzioni a raffica su di lui, e poi sul cadavere trovato quella sera, non ne era più così tanto sicuro.

Il medico, perciò, gli porse il cellulare: Sherlock, però, anziché prenderlo, si sedette al tavolo, di fronte al pc, già aperto, e iniziò rapidamente a digitare sulla tastiera.
-Mandi un messaggio al numero che ora le detto. Le parole esatte-gli ordinò il consulente, senza smettere un istante di digitare, gli occhi fissi sullo schermo.
John, seppur confuso, eseguì; anche se non riuscì a trattenere una smorfia di disappunto di fronte al modo di fare del corvino, il quale gli dettò poi il testo del messaggio che, se possibile, lo confuse ancora di più:

"Cosa è successo a Lauriston Gardens? Devo aver perso i sensi. 220 Baker Street. Per favore, vieni."

-... Ma che diavolo significa??
-Non è il momento delle domande. Lo scriva e lo invii. Dopo le spiego-ribattè però l'altro, lapidario.
Il biondo, ancora una volta, si ritrovò ad ubbidire, nonostante fosse sempre più confuso e irritato: perché stava dando retta a quell'uomo chiaramente fuori di testa, e che conosceva appena?? Eppure, c'era qualcosa, in lui. Qualcosa che non riusciva a inquadrare, ma che istintivamente lo portava a fidarsi come mai gli era accaduto prima di allora.
Scosse la testa, e lo inviò al numero che il coinquilino gli dettò subito dopo.

Si sedettero poi entrambi sulle poltrone di fronte al caminetto, in attesa di chissà cosa.
Sherlock, infine, gli mostrò la busta contenente gli effetti personali di Jennifer  Wilson, la vittima.
-Sa dirmi cosa manca?
Lui lo fissò stranito.
-E come diamine potrei??
Il detective lo guardò con un'occhiata che poteva significare solo: "Ma come può non arrivarci? È talmente ovvio!".
-Manca il cellulare. Non c'era sul cadavere. Nella borsetta nemmeno. E quel numero è il suo, le ha appena mandato un messaggio. Quindi è chiaro che ne possiede uno.
John si strinse nelle spalle, indifferente.
-Potrebbe averlo lasciato a casa.
-Ammetto che è possibile. Ma è anche molto poco probabile che un nato bab-un essere umano-Sherlock si corresse immediatamente-di età inferiore ai diciotto anni dimentichi il cellulare a casa.
Il biondo, in parte, dovette convenire con lui: in effetti, quasi ogni adolescente che vedeva per le strade londinesi-mago o babbano che fosse, aggiunse tra sé e sé -ne aveva costantemente uno tra le mani. Anche se la precisazione "essere umano" l'aveva lasciato un po' interdetto.
-... Allora perché le ho mandato un messaggio?
Sherlock sogghignò.
-Ha posto la domanda sbagliata. Quella giusta è: "Dov'è il suo cellulare adesso?"
-Forse l'ha per--...-D'improvviso, ammutolì, e fissò attonito il consulente, mentre realizzava.-...Oddio. Ce l'ha l'assassino...

In quell'esatto momento, il cellulare squillò, e sullo schermo lampeggiava: "Numero sconosciuto".
John lo strinse e lo fissò terrorizzato, come se tenesse tra le mani un serpente velenoso; fino a quando, finalmente, la suoneria si interruppe.
Sherlock, invece, annuì compiaciuto. Non vi era alcuna traccia di ansia o paura, sul suo volto, ma solo soddisfazione.
-Se qualcun altro avesse trovato il cellulare, avrebbe ignorato il messaggio. Ma non l'assassino che è ora, ovviamente, in allarme. Credo che la vittima glielo abbia lasciato addosso, ben sapendo che sarebbe morta. L'ha fatto per condurci da lui.
-Ma... come??
-È ovvio: "Raven".
Dopo questa battuta sibillina, si diresse nuovamente al pc.
-Sherlock... Io non sto capendo assolutamente... niente- ammise John, rassegnato.
-Perchè è un idiota- replicò lui, alzando poi subito la mano, come a zittire la sua ovvia protesta.-No no, stia tranquillo, lo sono tutti...

John sentì aumentare la rabbia: mai aveva conosciuto una persona più arrogante e indisponente! Quasi quasi gli avrebbe lanciato una fattura, solo per farlo tacere un secondo e fargli abbassare un po' quella sua irritante boria!
Eppure quello strano mistero in cui l'aveva coinvolto gli impediva di prendere e andarsene. Avvertiva di nuovo il brivido, l'adrenalina... La medesima che lo aveva spinto ad accompagnarlo sulla scena del crimine.
-Guardi dalla finestra. Mi dica se vede qualche macchina ferma qui o davanti al 220. Non si faccia vedere!-Lo ammonì, lo sguardo fisso sullo schermo del computer.
John, trattenendo ancora una volta l'irritazione, si avvicinò, e scostò appena le tende, preda anche di una certa tensione. Ma tutte le macchine transitarono nella via senza fermarsi, e fu così per una mezz'ora buona.
-... Mi vuole spiegare??-sbottò infine, spazientito, all'indirizzo del detective.

Sherlock sbuffò, esasperato.
-"Raven" è la password del suo indirizzo e-mail, a cui sono risalito grazie al suo nome e alle informazioni  che ho... trovato in rete- spiegò, infine, non specificando come esattamente le avesse reperite, essendo dati sensibili.-Ogni smartphone, oggi, è dotato di un GPS. Serve per rintracciarlo online se viene perduto o rubato. Dovrebbe dunque condurci all'uomo che...
Prima che potesse terminare la frase, la signora Hudson bussò alla porta del piccolo salotto.
-Cucù! Mi dispiace disturbarvi ma... Sherlock, è arrivato il taxi. È di sotto.
Lui fece un vago gesto con la mano nella sua direzione, seccato, gli occhi fissi sullo schermo.
-Non ho chiamato nessun taxi, lo mandi via- borbottò, mentre la ruota di caricamento continuava a girare.
-Daì, daì...-sibilò, tamburellando impaziente un dito sul mouse, mentre anche John osservava, intento.

-Mi dispiace, Sherlock, ma il tassista non vuole assolutamente andarsene-ripetè però Mrs.Hudson, in tono di scusa.-Insiste a voler...
-Per l'amor del cielo!-sbottò esasperato il consulente.-Ora ci penso io.
Si alzò di scatto, per poi rivolgersi nuovamente a John.
-Continui a controllare lo schermo!
Dopo quell'ultima ammonizione, si precipitò giù per le scale: ma, mentre scendeva, una teoria iniziò a prendere forma nella sua mente. Le vittime sparivano sempre da luoghi affollati- come feste e strade trafficate- ma nessuno le vedeva andar via.
... Oppure non vi aveva dato importanza?
Ci sono persone di cui tutti noi ci fidiamo, anche se, in realtà, non le conosciamo affatto? E che passavano inosservati, dovunque andassero?
Che potessero cacciare la loro preda anche e, soprattutto, in mezzo a una folla?
Fu a quel punto che, finalmente, nella testa del detective, tutte le tessere di quel puzzle andarono al loro posto.

Aprì lentamente la porta del 221B, e si trovò davanti un uomo di mezza età, dai capelli brizzolati: il volto era serio e apparentemente cordiale, ma con una strana luce malvagia negli occhi scuri.
-Taxi per Sherlock Holmes-lo accolse quest'ultimo, con voce fredda e compassata, un lieve ghigno soddisfatto sulle labbra.

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